The House That Jack Built

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Usa, anni '70. Seguiamo Jack, un uomo altamente intelligente, nel corso di cinque incidenti e scopriamo gli omicidi attraverso i quali diventa un serial killer. Questa storia ci viene raccontata attraverso gli occhi di Jack, uno che vede ogni omicidio come un'opera d'arte, sebbene questa sua natura gli causi problemi nel mondo attorno a lui. Nonostante l'inevitabile e sempre più vicino intervento della polizia (cosa che stimola e stressa Jack allo stesso tempo), lui è - contro ogni logica - determinato a correre rischi più grossi. Con il procedere della storia assistiamo alla descrizione della sua condizione personale e dei suoi problemi attraverso le conversazioni ricorrenti con lo sconosciuto Verge, che mescolano in maniera grottesca razionalità, autocommiserazione infantile e una profonda spiegazione dei pericoli e delle difficoltà delle azioni di Jack. Presentato fuori concorso al 71° Festival di Cannes. 

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
The House That Jack Built
GENERE
NAZIONE
Danmark
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Videa
DURATA
155 min.
USCITA CINEMA
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2018
di Pierpaolo Festa

Togliete il vino a Lars von Trier e toglietegli la macchina da presa. La macchina da presa per prima cosa. Alla fine del 2014 il bizzarro regista annunciava una crisi creativa dovuta al rinunciare a droghe e alcol. Qualche mese dopo si rimangiava tutto e dichiarava di essere pronto per girare un nuovo film. The House That Jack Built è il chiaro frutto di questa crisi. L'ultima fatica di LvT viene presentata fuori concorso a Cannes e il festival non poteva scegliere film peggiore per riconciliarsi col regista danese dopo averlo buttato fuori nel 2011Von Trier ha infatti girato il suo film più sciocco. Quello più urtante. Sicuramente il più vuoto.  

Ci mette centoventi minuti a presentarci un'idea veramente interessante: dopo due ore faticose e visivamente monotone lo schermo si apre verso nuovi orizzonti con l'ingresso in scena del personaggio interpretato da Bruno Ganz. L'attore svizzero è la coscienza del protagonista, una specie di Virgilio nell'inferno personale del serial killer interpretato da Matt Dillon, assassino che gli confessa la sua scia di sangue lunga dodici anni e scandita sullo schermo in cinque capitoli. Prima dell'interessante epilogo, dobbiamo però da spettatori subire una tortura: qualcosa che va al di là dell'uccisione di bambini i cui cadaveri si vedono più volte nel corso del film, o di tutti gli strangolamenti che il protagonista mette in atto - anche a più riprese - nei confronti delle sue vittime, e perfino dei seni di una donna che vengono maciullati davanti alla macchina da presa. La vera tortura non è il gore più disturbato che disturbante, ma la sensazione forte e chiara della risatina furba di Von Trier da dietro la macchina da presa. Non la sentiamo nel film, la sentiamo dentro la nostra testa a tutto volume mentre guardiamo scorrere le immagini. Uno sghignazzare provocatorio che conosciamo da anni (e che a volte abbiamo anche apprezzato), ma che qui diventa vero e proprio bullismo cinematografico imposto per due ore e trenta minuti. Perfino la scena d'apertura è urtante, una sequenza attraverso la quale il regista cerca di corromperci: Uma Thurman viene massacrata dal protagonista a causa del suo eccesso di superbia. Secondo Von Trier la donna "se l'è cercata": lui vuole la nostra complicità, non la ottiene. 
 
Durante la proiezione stampa a Cannes decine e decine di persone si alzano dalle loro poltrone per lasciare la sala davanti all'ennesima violenza gratuita offerta dal regista danese. La domanda da porre al vecchio Lars è chiara, e ha anche una risposta: perché girare un film su un serial killer se non per il gusto di superarsi nella sua scala di provocazione?Non ci mettiamo troppo a notare che tutto il carico di violenza, snodato in sequenze che tornano ciclicamente sullo schermo, serve a coprire la mancanza di idee in The House That Jack Built. Il fatto che Von Trier sia un autore i cui film possono avere accesso a un pubblico di massa si ritorce contro di lui: arriviamo a questo suo nuovo lavoro già carichi di altre esperienze cinematografiche e televisive che hanno descritto meglio le menti più disturbate (è inevitabile pensare alla serie cult Dexter, che aveva già detto tutto in merito).

Rimane una verbosa e superficiale riflessione sulla condizione umana, su come sopravvivere in un mondo che può falciarti i piedi. LvT aveva cercato risposte migliori nei suoi film precedenti, qui invece si autoconfina nel più pasticciato dei suoi lavori. Si salvano solo due cose: l'inquadratura finale potente come quella di Melancholia e la performance di Matt Dillon, la più impavida dell'anno. Con questo ruolo potrebbe perfino rilanciare la sua carriera. O forse si è appena dato il colpo di grazia.