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C'era una volta a Hollywood - La recensione del nono film di Quentin Tarantino (No spoiler)

Il nuovo trip del regista è un film inaspettatamente tenero sulla magia di un'epoca da riscoprire. E preservare

21.05.2019 - Autore: Pierpaolo Festa, nostro inviato al Festival di Cannes
Ovviamente qualcuno vi dirà che C'era una volta a Hollywood è il solito "mega-trip" che ci si aspetta dal cinema di Quentin Tarantino. Una sinfonia pop tarantiniana. Sì, lo è. Fortunatamente e inaspettamente è anche altro. Non è passata nemmeno un'ora da quando la nostra proiezione a Cannes (dove il film è in Concorso) è finita. Una volta usciti dalla sala, però, tornare nel 2019 dopo che Tarantino ti ha portato cinquant'anni nel passato, non è una cosa che si fa in maniera veloce come accendere un interruttore. La voglia è quella di tornarlo a vedere subito per rimanere un altro po' negli anni Sessanta e collegare tutti i pezzi del puzzle di questa storia. 

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La parola giusta per definire il nono film di Tarantino è: "tenero". Violento certamente, pieno di humour senza dubbio. Tenero è il termine che rimane in pole position. Un monumento d'amore per l'era in cui il regista è cresciuto (lui è del 1963, aveva sei anni all'epoca in cui è ambientato il film). Tenero anche perché al centro di tutto c'è una storia di amicizia: quella tra l'attore in crisi Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e il suo stuntman Cliff Booth (Brad Pitt), con il primo che definisce il secondo "molto più che un fratello e poco meno di una moglie". Un'amicizia tra maschi, il bromance che procede a fuoco lento per culminare nell'epilogo. Rick sogna di sfondare nel cinema ma a Hollywood lo vogliono solo come attore televisivo. Cliff è il suo stuntman e il suo tuttofare, emarginato dalla fabbrica dei sogni a causa di una pessima reputazione. Pitt lo fa come al solito raggiungendo lo zenith della sua coolness grazie a quel suo modo di recitare con cui pronuncia le battute sottovoce e a metà. La verità è che non lo abbiamo mai visto più bello di così sullo schermo
 
DiCaprio invece è il suo specchio, un uomo in piena crisi che affoga nell'alcool tutta la sua autocommiserazione. Lo vediamo piangere ed è l'amico a prestargli i suoi occhiali da sole per nascondere gli occhi arrossati. Ancora una volta non esita a mostrare il suo coraggio di attore: Leonardo l'impavido, affamato di ruoli che non ha visitato precedentemente sullo schermo. L'effetto sorpresa davanti al suo Rick Dalton è lo stesso provato in pellicole come The Wolf of Wall Street o Revenant. Pitt, però, ha la scene migliori del film: il duello con Bruce Lee di cui abbiamo un assaggio nel trailer è il primo grande momento divertente. Quello in cui la sala esplode in una risata.
 
Come succede in tutti i lavori di Tarantino anche questa nuova esperienza è concentrata più sullo stare in compagnia dei protagonisti invece che di far muovere avanti la trama. Anzi, il plot qui rimane fermo più a lungo del solito. Per tutta la prima ora (e oltre) stiamo con Cliff e Rick che fanno avanti e indietro sui set di Hollywood. Qui il film rischia di girare a vuoto: il regista ha difficoltà a distaccarsi da quell'ambiente che ama tanto, il set. Quello che fa è continuare a pescare dalla sua cinefilia e dalla sua memoria personale in un affascinante ma estenuante gioco meta-cinematografico. Rischiando di testare fin troppo la pazienza di chi guarda. 



Meno male che il film passa anche tanto tempo insieme alla Sharon Tate interpretata da Margot Robbie. Filmata e raccontata come se fosse la santa patrona di quella Hollywood celebrata dal regista. Lei, un'icona di purezza e di innocenza, bellissima ma spogliata di qualsiasi accenno di sensualità. Con pochissime battute a disposizione, la Robbie è una presenza totale lungo l'intero film. Una ragazzina che se ne va in giro per Hollywood saltellando e sorridendo, meravigliata davanti alle sale cinematografiche. Tocca proprio a lei garantire la magia di quell'epoca, minacciata invece dai demoni travestiti da hippie guidati da Charles Manson che si presentano a Cielo Drive per compiere la loro strage.  

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Lungo ma costantemente piacevole. Con tutti i suoi difetti ma anche con il serbatoio di divertimento sempre pieno. C'era una volta a Hollywood è una portata pregiatissima per gli occhi affamati dei cinefili. E' anche un film destinato a essere considerato a crescere fino ai primi posti della filmografia del regista. Ci vorrà tempo forse. In Bastardi senza gloria il cinema ci salvava da Hitler, qui invece la sala cinematografica con le sue pellicole diventa l'ultimo baluardo della magia di un'epoca che il regista (e noi con lui) vorremmo non finisse mai. 

C'era una volta a Hollywood arriverà nei cinema italiani a settembre.

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