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Ho ucciso Napoleone – La recensione dal Bif&st

Da Bari un semi-esordio brillante in anteprima mondiale che infrange ogni cliché femminile con insospettabile humor nero

Ho ucciso Napoleone

Ho ucciso Napoleone

25.03.2015 - Autore: Alessia Laudati
Micaela Ramazzotti rifugge le sfumature umorali già interpretate al cinema, come il candore della svampita oppure la sensualità da femme fatale, per impersonare una donna moderna, cinica e ironica, che gradualmente infrange tutti gli stereotipi femminili contemporanei.

É una piacevole seconda opera quella firmata dalla giovanissima Giorgia Farina, già apprezzata nel noir Amiche da morire e presentata in anteprima mondiale al Bif&st 2015. Nella cornice dorata del Teatro Petruzzelli di Bari, la regista romana firma ancora una volta una commedia graffiante e dai risvolti più cupi, che ha il coraggio di costruire un personaggio femminile grintoso e anticonvenzionale.

Infatti, buona parte del fascino del film si regge sui primi piani di Anita (Micaela Ramazzotti) una giovane donna in carriera, amante del proprio lavoro, indipendente e cinica e lontana da qualunque stereotipo femminile, che intrappola in una serie di tic irresistibili tutte le nevrosi della propria diversità. La scena è tutta esclusivamente sua, ed è davvero difficile non cedere al magnetismo di un testo dalla verve umoristica che non scivola nel dramma né nella macchietta, per conservare sempre una vena fresca e graffiante.

Fa piacere insomma notare che il cinema al femminile, ma non realizzato esclusivamente per le donne, abbia trovato un proprio talento specifico nel realizzare caratteri fuori dai cliché della donna romantica ad ogni costo, madre calorosa sopra ogni criticabilità, oppure femme fatale per penuria di valide alternative. In questo senso la seconda prova della Farina è una brillante conferma che dimostra da un lato, un immaginario nuovo dove spicca una cura per la caratterizzazione estetica dei protagonisti che aggiunge estro alla favola nera di Ho ucciso Napoleone, e dall’altro, anche un’estrema sicurezza nel mescolare alla commedia sentimentale a un humor nero vivacissimo che porta il pubblico fuori dall’aria viziata della commedia volgarotta o claustrofobicamente borghese.

Eppure, questo tipo di cinema non è efficace solo nei confronti dell’esplorazione di una femminilità altra o di una parabola identitaria che tocca delle tappe di senso senza caramellarsi eccessivamente, anche i personaggi maschili, interpretati magistralmente da Libero De Rienzo e Adriano Giannini, hanno ritmo e vivacità. E si ride, tanto. 
 
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