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Arrivederci professore, la recensione del nuovo film con Johnny Depp

L'attimo fuggente in versione politicamente scorretta. Ma la buona idea di partenza si perde in fiumi di retorica

Johnny Depp

11.06.2019 - Autore: Gian Luca Pisacane
Il fascino del cattivo ragazzo. Sullo schermo è sempre un po’ “svitato”, sopra le righe, magnetico nel suo sembrare un alieno sul set. Le sue interpretazioni più misurate se le ricordano in pochi, il pubblico lo preferisce in versione Paura e delirio a Las Vegas o al comando di una nave pirata pronto a solcare i sette mari (anche se per chi scrive è difficile dimenticarlo in Dead Man e Il valzer del pesce freccia). È strano vedere Johnny Depp in una chiave da Attimo fuggente, a capo di una sorta di “Setta dei poeti estinti”.

In Arrivederci professore cavalca un immaginario pedagogico scaturito dagli anni Ottanta, dove il docente veste i panni del “rivoluzionario”. Lui è il primo a riscrivere le regole, a non piegarsi davanti all’autorità, per spingere i suoi ragazzi a trovare la loro voce. Lo ha fatto anche Kevin Kline ne Il club degli imperatori. Ma in Arrivederci professore tutto sembra vecchio, riciclato, nonostante una buona intuizione di partenza.



L’insegnante in questione ha il cancro ai polmoni. Gli restano sei mesi di vita, l’alternativa è provare a curarsi per completare l’anno, ma ormai la situazione è disperata. Quindi sceglie di finire i suoi giorni dando sfogo a ogni istinto: amenità di vario genere, spirito libertino (non ai livelli di The Libertine, s’intende), esperienze senza limiti. Anche la moglie ha carta bianca. Marijuana e bottiglia diventano due inseparabili compagne, e la didattica subisce più di una variazione.

Chi non è realmente interessato alla materia può andarsene, e avrà comunque la sufficienza. Chi sceglie di rimanere impara a esprimersi con il cuore, secondo le proprie passioni (anche quelle sessuali verso il proprio mentore). Il film prova a essere politicamente scorretto, si schiera addirittura contro il femminismo. Ma non ha il coraggio di affondare, di respingere. Rientra nei canoni fin troppo presto, e lascia spazio alla retorica, a sequenze zuccherose, a un modo di fare cinema ormai fuori tempo massimo. Con un finale forse anche poco coerente.

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“Tragedia” in quattro capitoli: “Ho qualcosa da dire”, “Fuck it and Fuck it Right” (non servono traduzioni)… Toni da commedia che sfociano nel dramma borghese. Campo e controcampo per la lettura della diagnosi, e poi un lungo carrello con gli archi a tutto volume. Colonna sonora enfatica, Depp che continua a fare il bad guy (in America il film è uscito mentre infuriava il dibattito sulle presunte violenze alla moglie Amber Heard), qui senza troppa convinzione. Ammicca alla platea, cerca di conquistare il pubblico a tutti i costi, come in un The Rum Diary – Cronache di una passione senza midollo.

Ottimo da lanciare sul mercato italiano durante l’estate, nella speranza di fare cassa col divo in cartellone. In seguito Depp ha già realizzato Animali fantastici – I crimini di Grindenwald e City of Lies – L’ombra della verità (anche questo con molti problemi durante la lavorazione).

Il film uscirà nelle sale il 20 giugno distribuito da Notorious Pictures