Un figlio all'improvviso

TRAMA
Un figlio all

Tornando a casa, i coniugi Prioux scoprono che un certo Patrick si è trasferito nella loro abitazione. Patrick sostiene di essere loro figlio e di essere tornato per presentargli la fidanzata ma i Prioux non hanno mai avuto alcun figlio. Ma chi è davvero Patrick? Un bugiardo? Un manipolatore? I Prioux hanno dimenticato di avere un figlio? Dalla Francia un film che vi farà ridere e sorridere!

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Momo
GENERE
NAZIONE
Francia
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Cinema di Valerio De Paolis
DURATA
85 min.
USCITA CINEMA
20/09/2018
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2017
RECENSIONE
di Mattia Pasquini

Un figlio all'improvviso inizia in un supermercato, con un incipit tragicomico potenzialmente interessante, soprattutto nell'ottica della caratterizzazione dei personaggi e dei rapporti tra loro. Ma la sorpresa che il film decide di giocarsi subito, purtroppo resta una delle poche, e sin dai primi movimenti di macchina, ad ampliare lo sguardo sull'intera location, si ha un'impressione di 'cheap' che si rivela anticipatrice. Visto e considerato che è proprio nell'allargare il contesto osservato che l'impalcatura del film non sembra reggere.

Tutto ruota intorno all'apparizione di un figlio imprevisto, e alla conseguente sorta di familiarità ritrovata - o imposta - che ciascuno dei tre componenti del nucleo osservato vive secondo un approccio differente. Tutti ugualmente superficiali e poco convincenti, per quanto si possa essere appassionati di una certa commedia francese piccolo borghese e buonista, e infarciti di cliché che non riescono a far ridere… Dalla madre frustrata che riversa tutto sul lavoro, dal padre mancato che sublima tra trenini e ferrovie giocattolo, salvo regalare perle matrimoniali quando consigliato di assecondare la moglie, 'tanto ragionarci è inutile'.

Siparietti emblematici, che iniziano ad accumularsi con il suddetto arrivo di un uninvited guest, escamotage tipico del genere thriller, ma che qui non viene sfruttato nemmeno per ammiccare a una diversa tonalità. Si punta alla risata con qualche battuta sagace, più o meno riuscita, e con una un fastidioso sfruttamento del ridicolo connaturato all'handicap… dal sordo che parla male, e non capisce, alla cieca irrigidita e orgogliosa, per la durata di una scena.

Radici fragili per una sceneggiatura che non sembra preoccuparsi del proprio punto di arrivo, tantomeno della sua verosimiglianza. Affidandosi all'asso pigliattutto di un istinto materno dominante e giustificatorio. Anche la parentesi sul tradimento maschile, sulle nevrosi femminili, sembrano rispondere più al tentativo di approfittare di snodi e ostacoli, come tutto il resto incollati e mal inseriti in un complesso che non arriva mai a coinvolgere davvero. Per l'incapacità di creare delle vere connessioni tra i personaggi, mal costruiti, mai credibili. Fino all'epifania finale, al colpo di scena che - di nuovo - si risolve con uno scarto maternale propedeutico di una conclusione che definiremmo benedetta, di certo liberatoria.