Il corriere - The Mule

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Il corriere - The Mule

Earl Stone, ottantenne veterano della Seconda Guerra Mondiale rimasto solo e al verde, è costretto ad affrontare la chiusura anticipata della propria impresa quando gli viene offerto un lavoro, per cui è richiesta la sola abilità di saper guidare un auto. Compito semplice, ma ciò che Earl non sa è che ha appena accettato di diventare un corriere della droga di un cartello messicano. Nel suo nuovo lavoro è bravo, così bravo che il suo carico diventa di volta in volta più grande, rendendo necessario che gli venga assegnato un assistente.  Questi non è però l’unico a tenere d’occhio Earl: il misterioso nuovo 'mulo' della droga è finito anche nel radar dell’efficiente agente della DEA, Colin Bates. E anche se i suoi problemi di natura finanziaria appartengono ormai al passato, i suoi errori affiorano e si fanno pesanti nella testa, portandolo a domandarsi se riuscirà a porvi rimedio prima di venir incastrato dalla legge... o addirittura da qualcuno del cartello stesso.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
The Mule
GENERE
NAZIONE
Stati Uniti
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Warner Bros
DURATA
116 min.
USCITA CINEMA
07/02/2019
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2018
di Gian Luca Pisacane
 
Spesso ci si interroga sull’evoluzione dei generi cinematografici, su come siano cambiati nel tempo. Il western ripercorre la nascita di una nazione, i valori su cui è stata costruita una potenza. Nel 2018, The Rider di Chloe Zhao ha preso L’ultimo buscadero di Sam Peckinpah e l’ha trasformato in un racconto intimista di profonda coesione con la natura. E poi è arrivato Clint Eastwood, che continua a riscrivere l'immaginario, dà voce alla disillusione di un popolo, si conferma il padre putativo dell’America.
 
In Il corriere – The Mule (tratto dall’articolo The Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule del New York Times) c’è tutta l’essenza del western: la solitudine del cowboy, l'etica, la frontiera. La chiave è quella di una tragedia crepuscolare, come se William Munny de Gli spietati tornasse a ringhiare, in una terra dove non esiste più coraggio e gli impavidi appartengono a un’altra epoca. Eastwood aveva distrutto l’eroismo facendo sparare Munny a un uomo disarmato: punto di non ritorno del western adulto. Qui invece il protagonista Earl Stone (nella realtà Leo Sharp, reduce della Seconda Guerra Mondiale) non impugna neanche la pistola, l’azione ha lasciato il passo all’andare dei decenni, all’ossessione del passato, per le occasioni perse. Il suo fedele destriero è una Lincoln nera, che macina chilometri, allontanandolo dagli sbagli di una vita.
 
Eastwood “cavalca” ancora, nelle praterie di un’America prostrata, dove l’eroe è abbandonato a se stesso, le origini si rigettano e le radici affondano nei rimpianti. Bisogna “uccidere” i padri per creare nuovi modelli di vita, in un on the road di disperazione, col trionfo di Internet sui sentimenti. Eastwood non è più il texano dagli occhi di ghiaccio, il cavaliere pallido dalla parte dei deboli. Ormai si è caricato gli errori del suo Paese sulla schiena, ne ha dipinto la morte (Gran Torino) e in una parabola cristologica ha iniziato a espiarli. Ha messo in piedi il funerale di ogni virtù (American Sniper), ha inseguito la resurrezione (Sully), ma le seconde occasioni di Million Dollar Baby non arrivano mai, e si resta ancorati alla spirale di violenza di Mystic River.
 
Non esistono mondi perfetti, la divisa militare non scintilla più (Gunny è il nome di un bar sulla strada). Così il suo Earl Stone è ai margini, rifiutato anche dalla famiglia. È il più grande atto di patriottismo di Eastwood, quello di assumersi tutte le responsabilità, di riconoscersi “colpevole” davanti al tribunale della gente comune, e sbattersi dietro le sbarre. Perché è lui l’ultimo difensore rimasto, l’ultimo punto fermo nel caos del post-postmodernismo, della post-verità, del post-essere umani.
 
Ma l’interpretazione più semplice del film forse è già nel manifesto: un anziano che guarda indietro, la macchina che va avanti. La giovinezza perduta, la malinconia, tutta riversata nei fiori che Stone coltiva da sempre. Perché la bellezza è nelle piccole cose, perché a ottantotto anni non basta più l’espressione corrucciata, e si apre la porta alla tenerezza. Eastwood sorride, si muove con calma, ma resta un gigante, un pilastro. In un racconto testamentario e vitale, dove fluisce l’ironia, lo spirito romantico, lo sguardo di un capofamiglia preoccupato che sceglie l'oblio per salvare i suoi figli.
 
Eastwood presta il viso a un floricoltore pluripremiato, distrutto dai debiti e dalle banche. Ha sempre messo il lavoro davanti agli affetti, si è perso compleanni, anniversari e matrimoni. Piegato dalla crisi, ha seguito la via del “cartello”, e utilizza la sua auto per fare il corriere della droga. La polizia gli dà la caccia, ma lui non sembra preoccuparsi troppo, e se la va anche a spassare in Messico. Mantiene una forma invidiabile, si gode ogni momento, si ferma a trovare gli amici e poi si rimette al volante.
 
In un certo senso Stone (non a caso un richiamo allo Spencer Stone di Ore 15: 17 - Attacco al treno) rappresenta l'America, con i suoi lati oscuri, le capacità economiche per spostare gli equilibri, i travagli interni che la divorano. In una meditazione crepuscolare, in un pessimistico The End, in cui ci sono solide basi per rialzarsi e ripartire. Immenso Clint Eastwood, ancora una volta. Sprezzante del pericolo, sembra uno dei quattro del Mucchio selvaggio, che davanti alla morte rispondevano: “Why not?”. Applausi.