Sorry We Missed You

Sorry We Missed You

Ricky e la sua famiglia lottano contro i debiti sin dalla crisi finanziaria del 2008. Un’opportunità di riemergere economicamente arriva con un nuovo furgone e l’occasione di aprire un’attività di consegne. Il lavoro è duro, ma quello da badante di sua moglie non è molto più facile. La famiglia è forte, ma quando entrambi vengono spinti in direzioni diverse dagli eventi, la situazione arriva a un punto di rottura.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Sorry We Missed You
GENERE
NAZIONE
United Kingdom
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Lucky Red
DURATA
100 min.
USCITA CINEMA
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2019
di Mattia Pasquini

Continua ad avere dell'incredibile la capacità che dimostra Ken Loach di saper toccare le corde più intime e profonde del suo pubblico, pur senza utilizzare facili artifici. Una dote che gli viene sicuramente dalla grande empatia con i soggetti che sceglie e che da sempre è alla base dei suoi film migliori. Il Sorry We Missed You presentato in concorso al 72esimo Festival di Cannes potrà non essere al livello dell'ultimo Io, Daniel Blake (e di alcune altre pietre miliari della sua cinematografia), ma sarebbe impossibile non riconoscergli le caratteristiche suddette o l'esser in grado di rendere con raggelante precisione lo stato attuale del mercato del lavoro.

In particolare di quella che si definisce Gig Economy, o Economia 'dei Lavoretti' in italiano, e che la Treccani descrive come "Modello economico basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, e non sulle prestazioni lavorative stabili e continuative, caratterizzate da maggiori garanzie contrattuali". Una condizione che ormai molti conoscono, e vivono quotidianamente. E che determina situazioni come quella messa in scena attraverso il dramma di una famiglia come tante, giovane e unita. Costretta a vivere faticosamente del proprio lavoro senza perdere la gioia di ritrovarsi, ma divisa tra il desiderio di offrire un futuro migliore ai figli e quello di non doverli trascurare per raggiungere tale obiettivo.

Una scelta disumanizzante, come spesso sono quelle che vediamo rappresentate nei film del regista inglese già due volte Palma d'Oro a Cannes (per Il vento che accarezza l'erba e per Io, Daniel Blake). Dove torna per raccontare il malessere e la frustrazione di una nuova forma di asservimento, che costringe la gente a lavorare un numero di ore "sorprendente" (come lo definisce lui stesso) per ottenere uno stipendio decente, in uno stato di costante incertezza e rischio in balia di strutture pronte a scaricare sul dipendente ogni tipo di responsabilità.

Loach torna a parlare di capitalismo, insomma, ma adeguandosi ai tempi. E alla forma subdola e degradata che questo ha assunto, entrando ormai nella normalità di pensiero di quanti - schiavi come quelli che vessano - finiscano per assuefarvisi rendendosi complici, illusi da una chimera di ricchezza. O solo sopravvivenza. Eccessivo parlare di 'Poverty Porn', come accaduto con altri film in concorso a Cannes, per una realtà così vicina alla nostra. Eppure la disperazione di queste moderne vittime emerge con potenza dal quadro generale. E lascia senza parole, senza alternative cui aggrapparsi.

La semplicità della narrazione, essenziale e asciutta, evidenzia maggiormente i vertici della tensione, altrimenti sopita in un senso generale di rassegnazione. Ma è quando si increspa la superficie, e la speranza di cambiamento si svela nella sua inconsistenza, che si arriva a sfiorare l'implosione. E l'impressione è che non ci sia nessun modo per tornare indietro, nessuna reale soluzione reale che si opponga agli ineluttabili effetti di questa dilagante guerra tra poveri.