Santiago, Italia

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TRAMA
Santiago, Italia

Dal settembre 1973, dopo il colpo di stato del generale Pinochet, l’Ambasciata italiana a Santiago ha ospitato centinaia e centinaia di richiedenti asilo. Attraverso interviste ai protagonisti si racconta la storia di quel periodo drammatico, durante il quale alcuni diplomatici italiani hanno reso possibile la salvezza di tante vite umane.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Santiago, Italia
GENERE
NAZIONE
Italia
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Academy Two
DURATA
80 min.
USCITA CINEMA
06/12/2018
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2018
RECENSIONE
di Marco Triolo
 
Prima dell'11 settembre 2001 c'è stato un altro terribile 11 settembre: quello del 1973, giorno del colpo di stato di Pinochet in Cile. Un evento che scosse il mondo intero ed ebbe una forte eco anche nel nostro Paese. Della connessione tra Cile e Italia parla il nuovo documentario di Nanni Moretti, Santiago, Italia, che riporta le testimonianze dei rifugiati politici cileni in Italia.
 
Un documentario in cui Moretti si mostra pochissimo, preferendo lasciare la parola agli intervistati che, ogni tanto, lui incalza fuori campo. C'è solo una scena nel corso del film in cui lui appare nella stessa inquadratura con l'intervistato, un ex militare detenuto che lo accusa di non essere obbiettivo. È una scena emblematica e non a caso Moretti sceglie di farsi riprendere quando ammette: “Io non sono obbiettivo”.
 
Non vuole dunque nascondere le proprie convinzioni politiche il regista, che sceglie di intervistare principalmente i profughi sfuggiti dal colpo di stato. Non è interessato a interpellare collaborazionisti pentiti o militari forzati a obbedire agli ordini, e le uniche due voci dell'altra parte intervistate sono un ufficiale ancora convinto della bontà del colpo di stato e il già citato militare in carcere. Manicheo? Forse, ma d'altro canto qui si parla di uno dei regimi più violenti e oppressivi di sempre, e con quelle due interviste Moretti vuole mandare un chiaro messaggio: nemmeno a una tale distanza gli uomini riescono a riconoscere completamente gli errori della storia, figurarsi non ripeterli!
 
E poi quello che interessa al regista è soprattutto vedere come queste persone, questi rifugiati, si siano integrati nel nostro Paese e non sappiano più se definirsi cileni o italiani. “Siamo entrambi”, afferma uno degli intervistati. Il richiamo al presente è evidentissimo: ecco delle persone giunte da un altro Paese, sfuggite alla guerra, che hanno finito per integrarsi, sposarsi, avere figli e considerarsi italiane. Perché non riusciamo ad accettare che la stessa cosa possa accadere oggi?
 
È attraverso lo sguardo (letteralmente: a volte i primi piani, con i protagonisti che si commuovono, dicono molto più delle parole) di queste persone che Moretti ricostruisce quei drammatici eventi. E proprio in una testimonianza c'è l'unica frase che dipinge un affresco più complesso e sfaccettato: “Quando abbiamo ricevuto alla radio la notizia della morte di Allende, ho visto un soldato togliersi il cappello e dire 'Merda, cosa stiamo facendo?'”.
 
Moretti non è obbiettivo, ma nessuno lo è mai davvero. E nell'ammetterlo ci vuole dire che esiste un giusto e uno sbagliato, che per quanto ognuno di noi agisca secondo precise intenzioni e convinzioni, queste intenzioni e convinzioni possono essere errate.
 
E se di certo un'affermazione come “Vedo che l'Italia assomiglia sempre di più al Cile”, per quanto detta onestamente da una persona che ha vissuto sulla propria pelle il tramonto di una democrazia, sia utilizzata in maniera forse un po' troppo furba per creare un ponte storico tra due realtà ben diverse (nel senso: viviamo in un periodo cupo, è innegabile, ma si tratta di minacce nuove che vanno comprese per quello che sono), l'intenzione di Moretti è giusta. Ovvero realizzare, più che un documentario, un'opera divulgativa che ci faccia riflettere e, magari, per una volta, aiutarci a non ripetere gli stessi errori.