Momenti di trascurabile felicità

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Momenti di trascurabile felicità

Lo yoga e l’Autan non sono in contraddizione? La luce del frigorifero si spegne veramente quando lo chiudiamo? Perché il primo taxi della fila non è mai davvero il primo? Perché il martello frangi vetro è chiuso spesso dentro una bacheca di vetro? E la frase: ti penso sempre, ma non tutti i giorni, che sembra bella, è davvero bella? A queste, e ad altre questioni fondamentali, cerca di dare una risposta Paolo (Pif), cui rimangono solo 1 ora e 32 minuti per fare i conti con i punti salienti della sua vita.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Momenti di trascurabile felicità
GENERE
NAZIONE
Italia
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
01 distribuzione
DURATA
93 min.
USCITA CINEMA
14/03/2019
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2019
di Mattia Pasquini
 
Di nuovo il cinema italiano si interroga sulla morte, e di nuovo un film ci parla delle nostre difficoltà riguardo al concetto di lutto, inteso come separazione o addio, un evento ineluttabile al quale sembra impossibile esser davvero preparati, per quanto lo si possa affrontare con diverse modalità. Decisamente apprezzabile quella scelta da Daniele Luchetti nel nuovo Momenti di trascurabile felicità, racconto (liberamente tratto dai libri di Francesco Piccolo) dalle note mélange con cui sorridere e immalinconirsi, riflettere e immedesimarsi.
 
Un film nel quale il tono conta davvero molto. Potremmo dire tutto, se non fosse fare un torto ai tanti che han collaborato a renderlo - caso raro, per fortuna non unico - un esempio di commedia più tragica che romantica dagli ottimi momenti, per scrittura e interpretazioni. "Sentimentale" potremmo sintetizzare, ché la vicenda dominata dal morituro Pif e i suoi ricordi ha nella prova emozionante di Thony, la moglie, la freccia migliore al proprio arco.
 
La sua Agata è una donna tenera, spiritosa, caustica, normale, della quale saremmo pronti a innamorarci subito. Una donna come tante, certo, ma non al cinema. Non in quello che pensa di dover trasformare tutti in eroi ed eroine, mentre è restando se stessi che si riesce a costruire ponti. Come quello che l'attrice e cantante palermitana vista in Tutti i santi giorni di Paolo Virzì lancia verso il pubblico, 'traducendo' e avvicinando il Pif più classico. E ammorbidendo e contrappuntando il suo insistito elenco di piccole idiosincrasie, fastidi, riflessioni, paradossi, con i quali tutti ci scontriamo e sui quali spesso si gioca tanto da averli fatti diventare dei cliché, delle frasi fatte.
 
Come accennato, è lui il 'capo' di una famiglia con la quale risulta particolarmente piacevole trascorrere un'ora e mezzo (anche non l'ultima, come succede a lui). Un merito da dividere sicuramente con i due giovanissimi interpreti dei figli: Angelica Alleruzzo e Francesco Giammanco, trasformati sullo schermo nell'integerrima Aurora e nel riuscitissimo Filippo. I gioielli di questo Warren Beatty de noantri, paradossalmente sereno nell'affrontare le proprie mancanze e debolezze, vigliaccherie e rimorsi…
 
Un esempio nel quale è facile riconoscersi, e grazie al quale imparare a perdonarsi. Luchetti e Pif insistono molto su questo aspetto, sull'accettazione della nostra fallibilità, al punto da allargare il concetto persino alla morte, resa umana dal povero Renato Carpentieri. Usiamo meglio il nostro tempo, accettiamo i nostri - e gli altrui - limiti, rassegniamoci al fatto di essere il risultato degli errori commessi, perché si finisce di commetterne solo quando finisce il tempo a disposizione per farlo. Una lezione che Lorenzo il Magnifico ci regalò ai tempi della Canzona di bacco e che qui troviamo declinata in maniera intelligente, fino alla fine. Nella quale, invece di cercare soluzioni astruse e inutilmente liriche o di affidarsi a dogmatismi anacronistici e lontani dal moderno complicato, si opta per una conclusione originale e in linea con il resto del racconto e dei personaggi.