Senza lasciare traccia

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TRAMA
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Una ragazza adolescente (l’esordio prorompente di Thomasin McKenzie) e suo padre (Ben Foster) hanno vissuto di nascosto per anni in Forest Park, un grande bosco situato alle porte di Portland, in Oregon. Un incontro casuale li poterà allo scoperto, ed entrambi saranno costretti a lasciare il parco per essere affidati agli agenti dei servizi sociali. Proveranno ad adattarsi alla nuova situazione, fino a che una decisione improvvisa li porterà ad affrontare un pericoloso viaggio in mezzo alla natura più selvaggia, alla ricerca dell’indipendenza assoluta, costringendoli a confrontarsi con il loro conflittuale desiderio di essere parte di una comunità e allo stesso tempo il forte bisogno di starne fuori.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Leave No Trace
GENERE
NAZIONE
Stati Uniti
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Adler Entertainment
DURATA
109 min.
USCITA CINEMA
08/11/2018
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2018
RECENSIONE
di Gian Luca Pisacane
 
Into The Wild. Immersi nella natura, lontani da ogni regola. Sembra di leggere Walden ovvero Vita nei Boschi di Henry David Thoreau. “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto”. Ma Senza lasciare traccia non è un trattato filosofico, è un racconto che nasce dalla realtà.
 
Padre e figlia rifiutano i legami sociali, scelgono di essere senzatetto nella foresta. Lui ha subìto un trauma, non tornerà mai più a essere quello di prima, lei lo segue da sempre. La loro è una fuga dal pensiero comune, dalle ipocrisie che regolano i rapporti umani. In fondo si avvicinano alla famiglia di Viggo Mortensen in Captain Fantastic, anche se non si vestono con colori sgargianti e non sono cervelloni.
 
La loro esistenza sembra essere frutto di un libro di Cormac McCarthy (La strada): soli contro l’universo, diffidenti anche quando li si vuole aiutare. Però lo scenario non è post apocalittico, i “nemici” non sono fatti di carne e ossa. Sono gli incubi che non lasciano dormire la notte, i demoni che allontano dagli altri. L’unico modo per sopravvivere è entrare in comunione con la terra, gli alberi, gli animali. È una sfida con se stessi, il voler dimostrare di essere autosufficienti, di poter tornare a una dimensione primitiva.
 
Addio consumismo, stop a tutto ciò che non è necessario. Non servono neanche troppe parole per comunicare, bastano piccoli gesti, sguardi che esprimono affetto. È un gioco di equilibri, di movimenti sottili, in una quotidianità difficile, ma che fa sentire liberi e aperti. Indipendenti, come il cinema di Debra Granik.
 
Luci, silenzi, grande intimismo. La regista racconta un mondo rurale, dove contano i rapporti umani. Nessuna tecnologia, tanta povertà, la gioia di stare insieme attorno a un fuoco appena ha smesso di piovere. Granik ama gli spazi aperti, oltre al calore di una casa. Lo aveva già mostrato in Un gelido inverno. Una ragazza andava alla ricerca del padre per non essere buttata fuori dalle quattro mura che la proteggevano. E si scontrava con una barriera di omertà. Anche in Senza lasciare traccia il rischio è di rimanere senza un posto in cui rifugiarsi.
 
La polizia sradica i protagonisti dal parco in cui vivono, li costringe a un’esistenza pianificata: scuola, lavoro, le pratiche della fede per consolazione. L’omertà di Un gelido inverno qui si concretizza nella difficoltà di dialogare, di far trasparire i propri bisogni. La “traccia” a cui si riferisce il titolo non è solo un’impronta fisica sul terreno, ma è qualcosa che resta dentro. Un segno, una sofferenza che non lascia spazio alla felicità. L’unica soluzione è diventare invisibili agli altri, scegliere la solitudine. Nascondersi, in un’epoca in cui gli altri vogliono “apparire” a tutti i costi. Film dallo spirito indomabile.