Glass

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Glass

Crossover tra Unbreakable - Il predestinato e Split. David Dunn (Bruce Willis) sta dando la caccia alla Bestia, controparte sovrumana di Kevin Wendell Crumb (James McAvoy), scontrandosi con lui in maniera sempre più aspra. Intanto Elijah Price (Samuel L. Jackson) emerge dall’ombra, nascondendo dei segreti che si riveleranno pericolosi per entrambi.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Glass
GENERE
NAZIONE
Stati Uniti
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Walt Disney Pictures
DURATA
129 min.
USCITA CINEMA
17/01/2019
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2019
di Gian Luca Pisacane
 
Il corridoio della paura. Quello dove Samuel Fuller ambientò uno dei suoi capolavori, quello dove le ambizioni sfociavano nella follia (o viceversa). Nel film del 1963, l’ospedale psichiatrico faceva da sfondo alla storia di un giornalista all’inseguimento del premio Pulitzer. Fingersi un malato di mente e farsi ricoverare tra i “matti” era già un’idea inquietante, il primo passo verso l’abisso. Oggi il regista M. Night Shyamalan in Glass torna tra quelle corsie per dissezionare la mentalità della sua platea.
 
Davanti a noi, una dottoressa determinata che, in un mondo di supereroi, si interroga sul confine tra realtà e immaginazione. Esistono davvero? Forse no. C’è sempre una spiegazione razionale, ponderata. L’idea di essere “super” è un’abile mossa di marketing, fatta per vendere fumo e muovere l’industria.  
 
Shyamalan prova a convincerci che non c’è più spazio per la fantasia, che anche la magia del cinema è un’illusione. Prende i suoi tre beniamini e li affianca, li incatena al pavimento, per smontarli pezzo dopo pezzo. Distrugge le loro certezze, li manipola, mette da parte la violenza fisica per flagellarli con la parola. Un processo senza testimoni, un tribunale dove al banco degli imputati ci sono lo spettatore e il sistema.
 
Sulle copertine delle riviste, nei negozi, ricorre la parola “marvel”: riferimento all’arcinoto colosso, ma anche richiamo alla “meraviglia”, ormai surclassata dal flusso costante di immagini a buon mercato. Così Shyamalan riduce il suo raggio d’azione: gira Glass in poco più di cinque stanze e un cortile, ribalta lo stereotipo del superhero movie, che qui non deve essere realizzato in un trionfo di scenografie digitali e location sparse per i cinque continenti. Gioca con i colori, con le luci. La sequenza chiave vira sul rosa, usa la geometria delle inquadrature per creare un’analogia tra rigore e pensiero oggettivo. 
 
Ma forse Shyamalan ci sta spingendo a volgere lo sguardo dall’altra parte, sta solo cercando di distrarci, di confonderci? Chissà. Ancora una volta crea un labirinto, un dedalo di verità e illusioni. Dà vita a un intreccio stratificato, nel capitolo finale di una trilogia crepuscolare: la morte della speranza, e la sua rinascita. Unbreakable – Il predestinato, Split e adesso Glass (con un piccolo omaggio al successo de Il sesto senso). Per sfidare la magniloquenza di un genere, per andare oltre il pandemonio dai costi “stellari”.
 
Lo si potrebbe quasi chiamare “realismo supereroistico”. Suona come un ossimoro, uno scontro tra opposti. Ma Shyamalan si affida alla concretezza per farci credere, per ritrovare la “fede”. Le prove tangibili arrivano da ciò che si può vedere, toccare, assimilare. David Dunn (un sempre magnetico Bruce Willis) ha bisogno di creare un contatto con le persone per capire se sono tra i buoni o i cattivi. Deve sfiorarli, percepirli. Le mille personalità racchiuse nel corpo del “bestiale” James McAvoy cercano la purezza attraverso la sofferenza. Solo il dolore porta a una corretta interpretazione di quello che ci circonda. Come in Split, solo le cicatrici possono salvare le vittime. E il malvagio Mr. Glass, interpretato da un inquietante Samuel L. Jackson? Inganna, trama nell’ombra, penetra la superficialità delle cose. Così Glass diventa una questione di sguardo. Quello calcolatore di Shyamalan, che esce dagli scantinati dei suoi incubi precedenti per portare “l’orrore” alla luce. Quello di un padre ancorato al mito del giustiziere (della notte?). Quello di due “mostri”, che si completano: i muscoli e l’ingegno, lo spirito selvaggio e il bisogno di essere un demiurgo (anche su una sedia a rotelle). E poi l’ultimo: gli occhi della società, che li giudicano, decidono se possono vivere o devono sparire.
 
Echi dagli X-Men, dove chi è diverso viene rigettato, dove i paladini sono reietti. “We don’t need another hero”, cantava Tina Turner. Ma forse ne serviva ancora uno per mettere il sigillo finale su un’avventura iniziata nel 2000, con il disastro ferroviario di Unbreakable. Qui si arriva all’epilogo, alla summa di un cinema che deve conciliare interessi commerciali e autorialità. E che quindi non verrà accettatto da chi è alla costante ricerca di "un'etichetta" precisa. Ma Shyamalan si conferma l’araba fenice del nuovo millennio: risorge dalle sue ceneri, unisce Blumhouse, Universal e Disney, e realizza un film titanico. Nella Philadelphia di quasi tutte le sue storie, la città sofferente omaggiata da Neil Young e Bruce Springsteen, il teatro di uno straziante capolavoro di Jonathan Demme.