In guerra

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TRAMA
In guerra

Dopo aver promesso a 1100 operai che i loro posti di lavoro sarebbero stati salvi, i dirigenti di una fabbrica decidono improvvisamente di chiudere i battenti. Ma Laurent non ci sta e si batte in prima fila contro questa decisione.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
En guerre
GENERE
NAZIONE
Francia
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Academy Two
DURATA
113 min.
USCITA CINEMA
15/11/2018
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2018
RECENSIONE
di Mattia Pasquini

Siamo in Francia, ma potremmo essere ovunque. Ovunque la crisi abbia mietuto vittime e delle multinazionali abbiano reagito alle contrazioni del mercato nella maniera più usuale e drammatica, soprattutto per i propri lavoratori. Dopo La legge del mercato del 2005, Stéphane Brizé con In guerra torna a mostrare il mondo del lavoro visto dal basso, e i conflitti umani, interiori e non, che seguono a certe politiche, offrendo alla nostra riflessione il compito - e l'onere - di calcolare il prezzo della coerenza con cui si sceglie di affrontare certe situazioni.

In questo caso, quella dei 1100 lavoratori della Perrin in lotta, prossimi alla disoccupazione a causa della chiusura della fabbrica di Agen in cui sono impiegati nonostante dividendi in crescita e sovvenzioni statali. Una guerra - quella del titolo - che seguiamo dall'interno, nascosti tra i partecipanti alle riunioni sindacali, alle occupazioni, ai picchetti, alle richieste di incontro con istituzioni e vertici della società. a tutte quei momenti che oggi si configurano come 'fronte' di battaglie che non vediamo spesso mostrate con tanta onestà.

Anche intellettuale, visto che nella rappresentazione delle varie parti in causa - al netto di una evidente presa di posizione, implicita nel ruolo di protagonista di Vincent Lindon (già Prix d'interprétation masculine del Festival di Cannes per il film del 2015 e qui particolarmente coinvolto dal personaggio) - il regista lascia al pubblico lo spazio per restare confuso, per scegliere da che parte schierarsi, e per cambiare idea. Quel che forse dovremmo imparare a fare anche nella realtà, al netto della realtà spesso drammatica che ci circonda o ci coinvolge.

Non è la prima volta che il cinema francese ci mostra esempi di questo tipo, forte di una tradizione improntata a un forte realismo che nasce sicuramente da una coscienza sociale e di classe molto più sviluppata che dalle nostre parti, dove lo scontro diventa spesso di altro livello. La Guerra nella quale ci troviamo non segue una dichiarazione (valga come monito per tutti, "assolti" e "sicuri"), ed è ben diversa da quella 'tra poveri' o 'da tastiera' alle quali ci stiamo abituando, come non segue necessariamente un ritmo cinematografico, con qualche conseguenza sullo sviluppo della narrazione. Che rimane sempre coerente con l'approccio quasi documentaristico scelto, salvo alcuni rari momenti di ripiegamento (utili a mostrare il lato umano della crisi e i 'danni collaterali' di certe battaglie) e l'esplicita deviazione finale - sottolineata anche visivamente - verso una drammaticità che sembra suggerire la possibilità di una logica diversa da quella del profitto, ma anche un pericoloso esempio.