Per parlare di un sequel atteso più di vent’anni, tanto è passato prima che il team abbia scelto di ritrovarsi nuovamente davanti la macchina da presa con gli stessi protagonisti di quel successo commerciale e culturale che fu nel 1996 Trainspotting, forse bisognerebbe partire dal rapporto che aveva il primo film con l'idea del tempo che scorre.

Nel primo Trainspotting i protagonisti si trovavano soprattutto alle prese con la fatidica domanda generazionale di come diventare grandi nella Edimburgo della working class, non avendo troppe possibilità e mezzi, e magari decidendo poi persino di eludere quel sogno di linearità che la società perbenista imponeva loro, quell’imperativo morale di mettere la testa a posto ad ogni costo, di cercarsi un lavoro e di fare soldi quanto basta per sopravvivere dignitosamente. Una premessa abbastanza chiara; tanto che in una pellicola che per stile, frammentarietà , livello di trasgressione assomigliava molto a un lungo viaggio psichedelico, questo orizzonte di senso riusciva a tracciare una qualche parabola per lo spettatore, un sentiero da seguire tra l’effetto psicotropo di una droga e un altro.

C’era un orizzonte in Trainspotting, per quanto nebuloso. Al contrario il secondo capitolo è da questo punto di vista meno cristallino e per questo più disperato, nero e forse persino un po’ più confuso. La premessa del film si esprime da subito ed è quella di un classico ritorno a casa. Mark Renton (Ewan McGregor) 20 anni dopo la sua partenza, torna in Scozia, ritrova gli amici Daniel "Spud" Murphy , Simon "Sick Boy" Williamson, e Francis "Franco" Begbie.Â


Nel primo Trainspotting i protagonisti si trovavano soprattutto alle prese con la fatidica domanda generazionale di come diventare grandi nella Edimburgo della working class, non avendo troppe possibilità e mezzi, e magari decidendo poi persino di eludere quel sogno di linearità che la società perbenista imponeva loro, quell’imperativo morale di mettere la testa a posto ad ogni costo, di cercarsi un lavoro e di fare soldi quanto basta per sopravvivere dignitosamente. Una premessa abbastanza chiara; tanto che in una pellicola che per stile, frammentarietà , livello di trasgressione assomigliava molto a un lungo viaggio psichedelico, questo orizzonte di senso riusciva a tracciare una qualche parabola per lo spettatore, un sentiero da seguire tra l’effetto psicotropo di una droga e un altro.

C’era un orizzonte in Trainspotting, per quanto nebuloso. Al contrario il secondo capitolo è da questo punto di vista meno cristallino e per questo più disperato, nero e forse persino un po’ più confuso. La premessa del film si esprime da subito ed è quella di un classico ritorno a casa. Mark Renton (Ewan McGregor) 20 anni dopo la sua partenza, torna in Scozia, ritrova gli amici Daniel "Spud" Murphy , Simon "Sick Boy" Williamson, e Francis "Franco" Begbie.Â

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Un ritorno può voler dire redenzione, ma non c'è troppa voglia di cambiamento nel gruppo di tossici-amici di Edimburgo, ritrovatosi dopo tanti anni. Non sono meno violenti e meno compulsivi i protagonisti di T2. All’eroina in alcuni casi hanno sostituito la cocaina o il viagra, ma non hanno perso per questo la voglia di tradirsi reciprocamente o di regolare i conti con una bella lotta tra pari, scazzottata o lancio di bicchieri che sia. Né tantomeno Danny Boyle ha smarrito la passione per mostrare il suo amore per i fluidi corporei esibiti in primo piano.Â
Se c’è una cosa che il gruppo ha invece perso in questo capitolo, ed è evidente al punto da rendere palese un sentimento di malinconia assente in Trainspotting, e la possibilità di credere davvero in una vita diversa. Ora i suoi protagonisti sono stanchi, vecchi ed ex tossici ed è più flebile la speranza che la vita offra loro una seconda chance. E l’orizzonte più prossimo che riescono ad intravedere è proprio quello della morte.

T2 in questo senso non tradisce; non si addolcisce, ed è per questo molto più struggente del primo capitolo; forse a volte persino troppo disordinato. E dove c’era ribellione, adesso prevale un senso appiccicoso di sconfitta, un vagare su se stessi senza troppa forza. Perché T2 è un aggiornamento dei temi del primo film rapportato alla mezza età dei protagonisti, e di certo diverte, fa inorridire, produce humor nero, scorrettezza, voglia di trasgredire in dosi liberatorie, ma fa sentire anche tanta tristezza. Ed è proprio questo senso di 'tempus fugit' che il suo pubblico, ormai cresciuto, credo che non gli perdonerà affatto; forse perché fa male guardarsi allo specchio e sentirsi e vedersi invecchiati.Â

Tuttavia il film non manca di difetti. Per esempio l'eccessiva lunghezza, la debolezza dell’unico personaggio femminile, una donna straniera Anjela Nedyalkova (Veronika) che con la sua estraneità , di nazionalità e di contesto, dovrebbe guardare al mondo degli ex tossici con uno sguardo diverso che però non riesce mai a compiersi definitivamente e l’assenza di un vero gancio ‘sociologico’ che metta in relazione i protagonisti insieme al loro contesto: cioè la Scozia del 2016/2017.
T2 resta comunque una dramedy da guardare senza pregiudizi. Perché è un tentativo in parte riuscito di aggiornare il film senza tradirne la sua essenza di mina impazzita, vagante, sempre pronta a colpire con il suo linguaggio visivo schizofrenico e psichedelico, ma non è racconto anacronistico e ostinato nel portare avanti ciò che il tempo, inteso come stagione reale e cinematografica, si è portato ormai definitivamente via.Â
Se c’è una cosa che il gruppo ha invece perso in questo capitolo, ed è evidente al punto da rendere palese un sentimento di malinconia assente in Trainspotting, e la possibilità di credere davvero in una vita diversa. Ora i suoi protagonisti sono stanchi, vecchi ed ex tossici ed è più flebile la speranza che la vita offra loro una seconda chance. E l’orizzonte più prossimo che riescono ad intravedere è proprio quello della morte.

T2 in questo senso non tradisce; non si addolcisce, ed è per questo molto più struggente del primo capitolo; forse a volte persino troppo disordinato. E dove c’era ribellione, adesso prevale un senso appiccicoso di sconfitta, un vagare su se stessi senza troppa forza. Perché T2 è un aggiornamento dei temi del primo film rapportato alla mezza età dei protagonisti, e di certo diverte, fa inorridire, produce humor nero, scorrettezza, voglia di trasgredire in dosi liberatorie, ma fa sentire anche tanta tristezza. Ed è proprio questo senso di 'tempus fugit' che il suo pubblico, ormai cresciuto, credo che non gli perdonerà affatto; forse perché fa male guardarsi allo specchio e sentirsi e vedersi invecchiati.Â

Tuttavia il film non manca di difetti. Per esempio l'eccessiva lunghezza, la debolezza dell’unico personaggio femminile, una donna straniera Anjela Nedyalkova (Veronika) che con la sua estraneità , di nazionalità e di contesto, dovrebbe guardare al mondo degli ex tossici con uno sguardo diverso che però non riesce mai a compiersi definitivamente e l’assenza di un vero gancio ‘sociologico’ che metta in relazione i protagonisti insieme al loro contesto: cioè la Scozia del 2016/2017.
T2 resta comunque una dramedy da guardare senza pregiudizi. Perché è un tentativo in parte riuscito di aggiornare il film senza tradirne la sua essenza di mina impazzita, vagante, sempre pronta a colpire con il suo linguaggio visivo schizofrenico e psichedelico, ma non è racconto anacronistico e ostinato nel portare avanti ciò che il tempo, inteso come stagione reale e cinematografica, si è portato ormai definitivamente via.Â
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T2: Trainspotting,  in uscita il 23 febbraio 2017, è distribuito da Warner Bros.Â













