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La demoiselle d'honneur

Torna a Venezia Claude Chabrol, torna nello sguardo più vivace che mai e nella parola più tagliente e profonda per presentare il suo ultimo film, fuori concorso...

La demoiselle d'honneur

12.04.2007 - Autore: Giorgia Bernoni
“La demoiselle d’honneur” di Claude Chabrol   Torna a Venezia Claude Chabrol, torna nello sguardo più vivace che mai e nella parola più tagliente e profonda per presentare il suo ultimo film, fuori concorso, ad una mostra che lo ha sempre stimato e che il regista francese ricambia regalando agli spettatori l’ennesimo esempio di cinema sofisticato ed intelligentemente ben fatto, tipicamente francese se vogliamo.   I parametri per questo intrigante “La demoiselle d’honneur” sono quelli che già conosciamo, propri di una cinematografia finemente psicologica e dinamica insieme a cui Chabrol torna a guardare con l’immancabile stile che lo contraddistingue. Ancora una volta il male è sottile e subdolo, ben celato sotto dinamiche di relazioni apparentemente normali ed abitazioni piene di calore; ancora una volta la deviazione è femmina e bellissima e problematica, sempre e comunque estremamente affascinante; ancora una volta lo fondo è una cittadina di provincia in cui il problema è, forse, proprio quello della troppa comunicazione. La perversione, non per forza quella specificatemente sessuale, è magnetismo e carattere trasgressivo che si manifesta subito, palesando le sue implicazioni pratiche fin dalla giovane età.   Un ragazzo ben inserito nel suo ambiente familiare e lavorativo (l’apparente protagonista questa volta è maschio circondato quasi interamente da donne: madre, sorelle, amante…) conosce una giovane donna, Sante la damigella d’onore cui il titolo fa riferimento, e l’innamoramento, istantaneo e travolgente, porterà a galla dei risvolti psicologici complessi ed estremi.   I movimenti di macchina che morbidi avvolgono i visi dei protagonisti guidano lo spettatore attraverso una suspence atipica, mascherata e velata come gli atteggiamenti propri dei personaggi, per un thriller in cui fondamentalmente non accade nulla di riprovevole fino alla fine ma la cui atmosfera riesce ad essere comunque densa di attesa e significati.   Fulcro del racconto finisce per essere una statua, un bel viso di donna dai capelli raccolti che il giovane Philippe custodisce gelosamente nel suo armadio, una fissità mutante ed incoerente che finisce per rappresentare tutto ciò che si trasforma e tutto quello che sfugge alla ragione, il punto estremo in cui la razionalità umana perde di logica. Tematica quest’ultima da sempre al centro delle pellicole di Claude Chabrol, indagatore della psiche umana alla ricerca della raffigurazione di casi estremi a suo dire estremamente più esaustivi.   Un’ultima considerazione va fatta per quello che riguarda i personaggi secondari, comprimari e testimoni della vicenda principale, che vengono presentati in modo chiaro e rapido, utilizzati come strumenti conoscitivi di precisione che avvicinano lo spettatore ai protagonisti, decisamente più enigmatici.
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