Unsane

TRAMA
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Una giovane donna è costretta alla permanenza forzata in un istituto psichiatrico, dove dovrà confrontarsi con la sua più grande paura...Ma è reale o frutto della sua mente?

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Unsane
GENERE
NAZIONE
Stati Uniti
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
20th Century Fox
DURATA
98 min.
USCITA CINEMA
05/07/2018
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2018
RECENSIONE
di Mattia Pasquini

Horror? Per Steven Soderbergh meglio definirlo un thriller psicologico, in fondo il genere lo aveva già affrontato in Contagion. E l'inizio ipnotico del film sembra confermare la deriva del suo nuovo Unsane, presentato al Festival di Berlino, in svolgimento fino al 25 febbraio. Una voce fuori campo, una corsa in un bosco, completamente virato al blu, una fotografia e una esposizione irregolari ci lasciano in un classico open space cittadino, dove facciamo la conoscenza di Sawyer, interpretata da Claire Foy (la regina Elisabetta II di Crown) e dello sguardo scelto dal regista di The Knick qui alla sua sperimentazione più estrema.

Come ampiamente annunciato, Soderbergh ha scelto di girare l'intero film - le cui riprese sono durate due settimane circa - con un iPhone, e si vede. Nelle inquadrature, anche distorte, attraverso le quali iniziamo a entrare nel mondo della protagonista. A osservarlo dal suo punto di vista, diciamo. Che gradualmente scopriamo essere piuttosto particolare. La ragazza, infatti, è ossessionata da una sua vecchia conoscenza, uno stalker per sfuggire al quale ha addirittura cambiato città, salvo poi continuare a vederlo tra le persone che incontra.

Dopo Effetti collaterali (e in parte lo stesso Contagion) si torna quindi a parlare di malattia, e di psicosi. Di una realtà, moderna, alla quale sembra impossibile sfuggire, a meno di non esserne separati. Isolati, come accade proprio a Sawyer, prigioniera di un incubo che si moltiplica. E nel quale rischiamo di scivolare anche noi spettatori, a lungo incapaci - o almeno dubbiosi - di distinguere la paranoia dal pericolo incombente.

Un merito del film e della genialità del buon vecchio Steven, ancor più della scelta tecnica e stilistica prediletta, sicuramente caratterizzata da una estrema libertà - e che il regista promette di continuare a utilizzare, a partire dal nuovo film che inizierà a girare la settimana prossima - ma insieme condizionata da una forma che si fa contenuto, rischiando di sopraffare quello narrativo.

In ogni caso, un dramma interessante e riuscito, carico di ansia e di tensione, che pur non riuscendo a far dimenticare la particolarità della confezione scelta finisce con il trascinarci nella vicenda, portandoci a empatizzare con l'impotenza della vittima - risultato non banale, e raro per questo tipo di film - senza necessariamente farsi distrarre da certe tesi complottiste necessarie allo sviluppo. E tra un sorriso amaro e un colpo di scena, tra il King di Misery e il Todd Haynes di Safe, a riflettere sulla solitudine alla quale sono costrette certe donne (non solo, si capisce), mai davvero libere dalla paura.