La tenerezza

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TRAMA
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Sentimenti che si incrociano tra il sorriso e la violenza. Un padre e i suoi figli non amati, un fratello e una sorella in conflitto, una giovane coppia che sembra serena. E i bambini che vedono e non possono ribellarsi. La storia di due famiglie in una Napoli inedita, lontana dalle periferie, una città borghese dove il benessere può mutarsi in tragedia, anche se la speranza è a portata di mano.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
GENERE
NAZIONE
Italia
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
01 distribuzione
DURATA
103 min.
USCITA CINEMA
24/04/2017
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2017
RECENSIONE
di Alessia Laudati (Nexta)

La tenerezza, il titolo dell’ultimo film di Gianni Amelio, è di solito quel sentimento che si riscopre in età un po’ più matura, quando l’orologio della vita corre più veloce e si dà meno peso alle cose. Forse il regista ha scelto proprio un titolo del genere per parlare del personaggio al centro del film, Lorenzo, un uomo, un nonno, che ha appena avuto un infarto e si dimostra incapace di amare, egoista, indifferente e arrabbiato nei confronti dei propri affetti composti dalla figlia Elena (Giovanna Mezzogiorno) e da Saverio (Arturo Muselli), salvo poi affezionarsi inspiegabilmente alla famiglia che gli va ad abitare di fronte.

La tenerezza è quindi un film che parla soprattutto della vecchiaia, della fase crepuscolare della vita dove si fanno i conti con i propri errori e forse si è più disposti a perdonare gli sbagli del passato per essere poi maggiormente indulgenti verso se stessi. Questa visione è in particolar modo incarnata dal personaggio del bravissimo Renato Carpentieri che per tutto il film, tra ironia e disincanto ci porta nella quotidianità di un uomo rancoroso ma niente affatto cattivo. Tuttavia in La tenerezza si mescolano una quantità di dolori e di tragedie, come quella che interessa la famiglia composta da Fabio (Elio Germano) e Michela (Micaela Ramazzotti) o che investe il rapporto tra Lorenzo e i suoi figli. Malgrado ciò tutte queste ramificazioni creano eccessiva confusione nella narrazione, non riuscendo mai a farsi trama o significato vero e proprio, ma piuttosto aleggiando come trame parallele e mai compiute.

Molto di questo processo probabilmente deriva dalla scelta di dipingere il viaggio esistenziale di un uomo anziano nella Napoli più borghese mentre si culla tra ricordi e vicende lasciate in sospeso nel corso di un’intera vita e nel momento in cui si interroga su un tipo particolare di paternità. La sua paternità, argomento caro a molti dei film di Amelio, è qui una paternità maligna, almeno in apparenza, e in parte negata, sia per via dell’età del protagonista, sia per via dei conflitti che la attraversano, o comunque raccontata in una fase della vita davvero molto peculiare rispetto alla classica rappresentazione alla quale ci ha abituato il cinema con papà giovani, al massimo adulti, ma mai così anziani.

Però allo spettatore alla fine manca un senso di ancoraggio, una spiegazione al dolore che vede, sente, in qualche modo subisce, pur riconoscendo che nel raccontare l’ambivalenza del personaggio principale, crudele con i suoi cari quanto generoso e buono con gli estranei, risiede la precisa volontà del regista nel raccontare tutte le sfumature dell’amore e le sue contraddizioni. Ci lascia una morale forse anche leggermente cupa che sottolinea l’incapacità del genere umano di amare in senso metafisico e potente ma al massimo essere capace di un po’ di tenerezza e di tiepido affetto nei confronti del prossimo. Eppure è un film che rimane in qualche modo nel cuore per il suo equilibrio di violenza e dolcezza e soprattutto per la grande capacità del regista di dirigere dei bravissimi attori come Elio Germano e Renato Carpentieri e una Micaela Ramazzotti sempre più capace di fare dramma e non commedia ‘scema’.