Baby Driver

TRAMA
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Un pilota di macchine (Ansel Elgort) si affida al ritmo della sua colonna sonora personale per essere il migliore nel giro. Ma dopo essere stato ricattato dal suo boss (Kevin Spacey) dovrà affrontare le conseguenze di un colpo maledetto che minaccia la sua vita, i suoi affetti e la sua libertà. 

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Baby Driver
GENERE
NAZIONE
Stati Uniti
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Warner Bros
DURATA
112 min.
USCITA CINEMA
07/09/2017
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2017
RECENSIONE
di Alessia Laudati (Nexta)

Baby Driver potrebbe essere idealmente il prequel di un film capolavoro come Drive, ossia la backstory che spiega finalmente perché il personaggio di Ryan Gosling è così spietato, solitario e allo stesso tempo così sensibile verso le anime più fragili e soprattutto qual è e da dove proviene il suo trauma.

È ovviamente un altro film quello di Edgar Wright, qui sceneggiatore e regista di un lavoro vivace, coerente, originale, che si muove come un lento passo di danza tanta è la sua capacità di attaccarsi al personaggio di un giovane ragazzo e outsider, Baby (Ansel Elgort), autista formidabile con la passione per la musica ricattato dalla criminalità più spietata.

Eppure con il film di Nicolas Winding Refn Baby Driver condivide la capacità di mescolare diversi generi con una tranquillità e resa finale davvero sorprendenti.

C’è l’action di scene di corse automobilistiche folli con la banda di cattivi che cerca di corrompere la purezza di Baby capeggiata da Doc (Kevin Spacey), insieme agli psicopatici Jon BernthalEiza González, Jon Hamm e Jamie Foxx. C’è la quota da commedia romantica – qui entra in gioco il personaggio di Lily James – e quella da film musicale, forse la componente visivamente più straordinaria per come proprio quel ritmo musicale si lega alla danza delle scene di corsa, ugualmente coreografiche e ai movimenti di macchina, e c’è un’ironia che pervade la violenza strappando la risata nera del paradosso come farebbe il maestro Quentin. Con la complessità dei film di Tarantino condivide anche la predilezione per i personaggi misteriosi che esistono più in quello che fanno sulla scena anziché avere un senso per il loro esclusivo vissuto extrafilmico.

Non sorprende nemmeno che l’idea del film sia venuta al regista ispirandosi a una sua regia di un videoclip del 2003 dei Mint Royale, perché il ritmo è la cosa che più tiene insieme questo film innovativo che ha incassato già quasi quattro volte i suoi costi di produzione. La curva più pericolosa alla fine è forse quella di un finale dove tutto precipita vorticosamente, con ettolitri di sangue, ma non dimentichiamoci che al volante c’è un regista con una chiara visione del suo film. Un autore che ha fatto la scuola della cinematografia di genere dirigendo la Trilogia del Cornetto, anche lì, saga che percorre l’affascinante confine tra indirizzi diversi lasciandosi invadere da ognuno senza paura.