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Dylan Dog - Brandon Routh

Dylan Dog - La nostra recensione

Un pasticcio emo e adolescenziale, difficile da definire. Lento e noioso, oltre che sciocco

21.03.2011 - Autore: Federica Aliano
Che l’adattamento americano del fumetto più amato in Italia non sarebbe stato rispettoso, era qualcosa che avevamo capito sin dalle prime indiscrezioni. A nulla è servito l’impegno del regista Kevin Munroe, avido divoratore di fumetti, che ha capito quanto i fan si sarebbero indignati e ha apportato notevoli modifiche a una sceneggiatura già scritta, cominciando dalla location. Ma da lettori ultraventennali (anche critici, giacché tutti sappiamo che gli albi non tengono più l’altisisma media di una decina di anni fa), avremmo preferito che tutte quelle citazioni non ci fossero, almeno avremmo potuto dimenticare che quello è il nostro Indagatore dell’Incubo, nato da uno strambo incrocio visivo-mentale tra Rupert Everett e Hugh Grant.

Una sequenza di Dylan Dog

Il film è ben peggiore di tutte le più buie aspettative: mostri di gomma, pessimi effetti speciali, scene d’azione lente e noiose, un copione infantile fino all’inverosimile. Oltre a una regia che fa acqua da tutte le parti e ad attori persi in un casting sbagliato fin dalla scelta del protagonista. Di Dylan Dog non restano che poche tracce: il titolo e il vestito, indossato come se fosse una tuta da supereroe (ma ai piedi Routh ha le Converse – orrore! – non le Clarks), e qualche citazione buttata via che non significherà nulla ai non italiani (anche l’esclamazione di Dylan, “Giuda ballerino!” esiste solo nella versione italiana). Munroe avrà anche letto un centinaio di albi (l’incontro con lui ce lo ha confermato), ma se pensa di aver mantenuto intatto lo spirito del fumetto, non ha capito nulla. Il sapore più adulto del capolavoro di Tiziano Sclavi non è mai stato ottenuto con lo splatter dei magnifici disegni, ma con un’introspezione psicologica e con proiezioni spaventose nel reale degli incubi e delle paure più profonde dei personaggi e dei lettori stessi.

Una sequenza di Dylan Dog

Questo investigatore monolitico e salutista (non si fa cenno al passato da alcolista di Dylan, che al contrario picchia duro più di Jackie Chan) semplicemente non è il nostro Dylan, l’intera vicenda non si ispira agli albi Bonelli, semmai sembra tratta completamente dalla saga letteraria (celeberrima, ma francamente bruttina) di Anita Blake, scritta da Laurell K. Hamilton (se cercate conferme, in Italia l’intero ciclo è edito da Tea) e da altre storielle adatte a teenager emo con scarsa voglia di usare la materia grigia.
Se a questo aggiungiamo che nel film Bonelli è un non-morto millenario inserito a forza e Sclavi è un vampiro dormiente che emette un sibilo smorfioso che manco gli attorucoli della vecchia casa degli orrori al LunEur, si rasenta la bestemmia.
E il meglio è che la produzione americana ha avuto il fegato di venire proprio in Italia a fare l’anteprima mondiale. E che se questo film dovesse incassare, ci sarebbe persino la possibilità di un sequel. A buon intenditor...

"Dylan Dog" è distribuito nei cinema da Moviemax

Per saperne di più
Il nostro incontro con il regista Kevin Munroe



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