Wajib – Invito al matrimonio

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TRAMA
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Abu Shadi ha 65 anni e vive a Nazareth, in Palestina. Di professione insegnante, molto stimato, Abu Shadi ha cresciuto da solo i due figli dopo l’abbandono della moglie e la sua fuga in America con un altro uomo, e ora si appresta a vivere quello che è forse il giorno più bello della sua vita: il matrimonio della figlia Amal. Per l’occasione e per aiutarlo nei preparativi, è tornato nella città natale anche Shadi, l’altro figlio che ormai da tempo vive in Italia, dove lavora come architetto.

Pur essendo ormai avvezzo agli usi occidentali e molto critico verso quanto accade nella regione, Shadi non si è sottratto al rispetto della locale consuetudine palestinese che prevede il “Wajib”, il “dovere” da parte dei familiari, di consegnare personalmente le partecipazioni di nozze, come forma di rispetto verso gli invitati. Di casa in casa, con visite a familiari, amici o anche semplicemente vicini, Shadi e Abu Shadi si apprestano a trascorrere insieme un’intensa giornata on the road dedicata a incontri e consegne così come vuole la tradizione. Le porte di cristiani, musulmani e anche atei si aprono al loro arrivo.

Ma se al cospetto degli invitati padre e figlio riescono a calarsi nel ruolo che tutti da loro si aspettano, nei momenti in cui sono soli, la diversa visione della vita e dei valori che ormai ampiamente li separa affiora man mano in superficie costringendoli a un inevitabile confronto.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Wajib
GENERE
NAZIONE
Palestina
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Satine Film
DURATA
96 min.
USCITA CINEMA
24/04/2018
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2017
RECENSIONE
di Gian Luca Pisacane

Un funerale. La radio annuncia la morte di un uomo, in una Nazareth martoriata. È così che si apre Wajib – Invito al matrimonioun film drammatico col ritmo di una commedia, la cronaca di una famiglia divisa dal volere dei potenti. Nazareth è una città israeliana, abitata da palestinesi senza terra. Il loro Stato non è riconosciuto. Si aggrappano alle tradizioni per non smettere di sorridere, così padre e figlio vanno per le strade sbrigando un “dovere” che spetta agli uomini: consegnare gli inviti per il matrimonio della figlia/sorella. 

La macchina che guidano è un altro campo di battaglia. Si scontrano due generazioni, due modi diversi di guardare alla storia e al passato. Il capofamiglia rappresenta la vecchia guardia, quelli che hanno accettato le regole imposte da Israele. Potremmo chiamarli pragmatici, persone che hanno piegato la testa per portare a casa qualche soldo e avere un piatto caldo di minestra la sera. Hanno sacrificato l’animo militante, accettato il compromesso, per inseguire un’esistenza normale, lontana dai comizi e dalla OLP. Ma i giovani non hanno smesso di combattere: alcuni scelgono la via delle armi, altri restano idealisti, e si rifugiano in Europa per non doversi sottomettere. Tutto questo si consuma all’interno di un’automobile, dove i dialoghi pungenti riflettono lo spirito di un Paese. 
 
Il patriarca invita alla calma e alla comprensione, il primogenito si ribella, e la lite è inevitabile. Fuori c’è Nazareth, con il suo 68% di musulmani e 32% di cristiani, con il suo ritmo frenetico e i rifiuti che non vengono raccolti. Difficile convivere, anche se non siamo nei territori occupati. La regista Annemarie Jacir, la prima palestinese a mettersi dietro la macchina da presa, dirige con sentimento, trasformando una vicenda semplice in un messaggio universale. I ruoli e le convinzioni vengono messi in discussione. Non esiste certezza. Si consuma una resa dei conti privata che si contrappone a quella pubblica. La pace sembra essere all’orizzonte.

Ma Wajib – Invito al matrimonio non è un film politico. Ha il pregio di scavare nel quotidiano, di fotografare tante piccole realtà, dall’intellettuale che si è arreso, alla donna che regala un po’ di dolcezza agli altri con le sue torte. Il road movie urbano di Wajib è un realismo che forse l’Occidente dovrebbe sentire più vicino. Ricorda le peripezie di Soraya, la protagonista deIl sale di questo mare, e il lungo ritorno a casa di Tarek in Quando ti ho visto. Una caratteristica del cinema di Annemarie Jacir è il movimento, il viaggio sia fisico che interiore che compiono i suoi personaggi. Non è mai un girare a vuoto, ma un percorso che va dritto alla meta. Alcuni riscoprono le proprie origini, altri cercano solo di riabbracciare chi li ha messi al mondo. Tutto questo in una Palestina orfana, schiacciata da chi non vuole riconoscerla.