La forma dell'acqua - The Shape of Water

TRAMA
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The Shape of Water è una favola ultraterrena ambientata intorno al 1962 sullo sfondo dell’America della Guerra Fredda. All’interno del remoto laboratorio governativo di massima sicurezza dove lavora, la solitaria Elisa è intrappolata in una vita di silenzio e isolamento che viene cambiata per sempre quando lei e la sua collega Zelda scoprono un esperimento segreto.
 
In Concorso alla 74° Mostra del Cinema di Venezia.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
The Shape of Water
GENERE
NAZIONE
Stati Uniti
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
20th Century Fox
DURATA
119 min.
USCITA CINEMA
14/02/2018
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2017
RECENSIONE
di Mattia Pasquini (Nexta)

I mostri per Guillermo del Toro non sono quasi mai (con la dovuta eccezione di Pacific Rim) una metafora del nostro lato oscuro. Sono al contrario creature meravigliose, miracoli, da ammirare e amare. I “mostri” veri sono ben altri, si aggirano tra noi ed è impossibile riconoscerli finché non si manifestano.
 
The Shape of Water conferma questo, così come conferma che del Toro è realmente a suo agio quando racconta storie di mostri, fiabe sospese tra terrore e poesia, indipendenti dai grandi budget. Non che il film sia costato poco, lo si evince soprattutto dallo straordinario costume che indossa Doug Jones, attore feticcio del regista che dopo la saga di Hellboy torna nel ruolo di un uomo-pesce. Molto meno loquace o civilizzato di Abe Sapien, ma altrettanto umano.
 
The Shape of Water si chiede che cosa sarebbe successo se il Mostro della Laguna Nerafosse stato catturato e portato in America, prigioniero. C'è ovviamente tanto King Kong dentro – e come non potrebbe? - ma la forza del film sta nell'accoppiare la fiaba romantica con un elemento più sanguigno e concreto. The Shape of Water contiene sangue, violenza fisica, ma anche un rapporto fisico vero tra i due protagonisti, la muta e quindi “freak” (nell'America anni '50 fatta di famiglie e case perfette da pubblicità dei fiocchi di mais) Sally Hawkins e il mostro senza nome.
 
La metafora dei reietti che trovano un senso della vita nell'amore e nella solidarietà va decisamente poco per il sottile. La protagonista Elisa è una donna sola che fa la donna delle pulizie in un centro di studi spaziali. Richard Jenkins, il suo vicino di casa, è un omosessuale costretto a nascondersi e discriminato sul lavoro. E poi c'è la collega di Elisa, una donna afro-americana “tollerata” ma trattata come un'idiota. Insieme, dimostreranno di essere molto più di quello che sono, come da tradizione in questo genere di film.
 
Però a rendere The Shape of Water un'opera riuscita e affascinante, oltre al prevedibile amore per il cinema di una volta che del Toro distilla ancora una volta con enorme maestria e capacità di far sognare il suo pubblico, è il modo in cui il regista ribalta totalmente la classica immagine dell'America del dopoguerra. Il padre di famiglia bianco, alla guida di una Cadillac, elegante e sicuro di sé (Michael Shannon) diventa il cattivo, un uomo gretto, sessista e razzista. La famiglia americana perfetta è una menzogna. La famiglia vera, un concetto questo estremamente moderno, è quella formata da persone che si vogliono bene perché si capiscono, non perché sono costrette a farlo dalla società. E tutti i reietti, i gay, le donne, i neri, persino i mostri letterali, sottovalutati e discriminati, sono il vero futuro.
 
Nel finale scende qualche lacrima: ci siamo davvero affezionati a questo gruppo di improbabili eroi. E per loro e la gioia che del Toro infonde in ogni singolo fotogramma siamo disposti a passare sopra ai piccoli difetti di scrittura, a sviluppi troppo convenienti o frettolosi e a certi personaggi tagliati con l'accetta o anche troppo facili nel sollecitare l'amore del pubblico. The Shape of Water è uno dei migliori film di Guillermo del Toro e, finora, la visione più soddisfacente di questa Venezia.