The Hateful Eight

TRAMA
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Alcuni anni dopo la Guerra Civile, una diligenza sfreccia tra i paesaggi invernali del Wyoming. I passeggeri, il cacciatore di taglie John Ruth e la fuggitiva Daisy Domergue, si dirigono verso la città di Red Rock, dove Ruth, noto da queste parti come “Il boia”, consegnerà la Domergue alla giustizia. Lungo la strada, incontrano due stranieri: il maggiore Marquis Warren, un ex soldato nero dell'Unione diventato famigerato cacciatore di taglie, e Chris Mannix, un disertore del Sud che sostiene di essere il nuovo sceriffo della cittadina. Dopo aver perso il vantaggio sulla tempesta di neve, Ruth, Domergue, Warren e Mannix si rifugiano alla Merceria di Minnie, uno scalo per diligenze su un passo montano. Quando arrivano alla merceria, vengono accolti non dalla proprietaria ma da quattro facce sconosciute. Bob, che si occupa del locale mentre Minnie è in visita da sua madre, è rintanato lì insieme a Oswaldo Mobray, il boia di Red Rock, il mandriano Joe Gage e il generale confederato Sanford Smithers. Mentre la tempesta colpisce il rifugio montano, i nostri otto viaggiatori iniziano a capire che forse non ce la faranno ad arrivare a Red Rock, dopo tutto...

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
The Hateful Eight
GENERE
NAZIONE
Stati Uniti
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
01 distribuzione
DURATA
187 min.
USCITA CINEMA
04/02/2016
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2015
RECENSIONE
di Mattia Pasquini

"L'apparenza inganna", dice il coyboy mammone interpretato da Michael Madsen nel secondo capitolo del finto western firmato da Quentin Tarantino. E il suo nuovo The Hateful Eight è un gioco di specchi e di maschere di quelli che piace tanto mettere in scena al regista del Tennessee, che ancora una volta si bea di se stesso e si dilunga in una ipertrofica e prolissa rappresentazione. Un prisma, potremmo dire, nel quale ogni faccia restituisce una visione diversa di una Nazione da (più o meno) poco uscita da una sanguinosa guerra civile e ancora confusa sui concetti di legalità e giustizia sommaria.

Siamo lontani da un possibile (e temuto) sequel di Django Unchained, e anche pensare a Le Iene rischierebbe di portare fuori strada, nonostante l'ambientazione e gli intrecci di sospetti e pallottole cui assistiamo nelle tre ore - per chi avesse il piacere di goderselo nella tanto decantata versione a 70mm, comunque affascinante - di film. L'utilizzo di spazio e (quasi) tempo e le dinamiche tra i personaggi evocano più scenari teatrali o Poirot di antica memoria, ma il Pulp non manca, ché altrimenti Quentin non si divertirebbe. Né soddisferebbe i suoi fan, anelanti efferatezze. Ma qui non siamo dalle parti di un Eli Roth qualsiasi, sotto sotto c'è ben altro.

C'è la lettura - non banale, in questo momento storico - di una Nazione che ancora si trova in difficoltà con la definizione di sé stessa e con la comprensione della sua storia, e la convivenza delle sue anime, a volte. C'è una questione razziale e sociale che vediamo raccontata da diversi punti di vista, e tutti piuttosto lontani da un possibile incontro o conciliazione. Yankee, schiavisti, negri, pellerossa, messicani, cacciatori di taglie, fuorilegge… tutto diventa "politica" in una forzata convivenza che si rivela una polveriera pronta a espodere.

"Parla piano e vai in giro armato" diceva Theodore Roosvelt, non a caso 26º presidente degli Stati Uniti (dal 1901 al 1909) e Premio Nobel per la pace. E, che tu sia leone o gazzella, schiavo liberato o ricercato, bastardo o sconfitto, sarà bene provvedere. E armarsi. Pistole e fucili fanno bella mostra di sé - e come poche altre volte producono effetti marchiani e disgustosi, con sangue a secchiate e cervella sparse in ogni dove - eppure a volte basta una semplice lettera, una arguzia, un esercizio di intelligenza a disarmare il proprio contendente o ad abbassare le difese di una categoria ostile.

In questi giochi mentali, oltre che in certi virtuosismi tecnici e cinematografici sta il piacere di questo "8vo" lavoro di Quentin Tarantino: un film logorroico e violento, di montaggio e caratterizzazione di personaggi (su tutti, non ce ne vogliano gli altri, Jackson, Jason Leigh e il bietolone Goggins), dalla regia preziosa anche se narcisistica e dalla splendida e convincente e onnipresente musica di Ennio Morricone, classico ed emozionante e funzionale e protagonista come nelle sue prove migliori.