Suburra

TRAMA
Suburra

Nell'antica Roma, la Suburra era il quartiere dove il potere e la criminalità segretamente si incontravano. Dopo oltre duemila anni, quel luogo esiste ancora. Perché oggi, forse più di allora, Roma è la città del potere: quello dei grandi palazzi della politica, delle stanze affrescate e cariche di spiritualità del Vaticano e quello, infine, della strada, dove la criminalità continua da sempre a cercare la via più diretta per imporre a tutti la propria legge.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Suburra
GENERE
NAZIONE
Italia
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
01 distribuzione
DURATA
130 min.
USCITA CINEMA
14/10/2015
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2015
RECENSIONE
di Alessia Laudati

C’è una frase pronunciata in Suburra che ricollega, aldilà di ogni possibile e lecita trasfigurazione artistica, l'universo del film al contemporaneo politico e sociale. “Non sono stato io. É stata Roma”, dice il Samurai (Claudio Amendola), giustificando una morte violenta, “Non è politica. É Roma” inneggiava invece Ignazio Marino durante la campagna elettorale che lo portò all’elezione di primo cittadino della Capitale nel 2013. Più che analogie, però bisognerebbe parlare di domande. Perché per entrambe le figure, quella di tipo amministrativo e quella prettamente letteraria, Roma, è un misterioso simbolo di mali e vizi italiani, qualcosa che ha dell’unico, del fascinoso e dal quale il cinema e la narrativa audiovisiva non può esimersi dal raccontare.
 
Con successo, almeno per quanto riguarda Suburra. Il film di Stefano Sollima, riporta infatti al centro del racconto il malaffare e le torbide connessioni di una città, che per via dell’aspetto degradato della sua anima, può solo essere raccontata con tono di genere: dal noir, al western-metropolitano. Era accaduto già con Romanzo Criminale - La serie e alcuni strascichi di quella crudezza erano poi trasmigrati in ACAB – All cops are bastards. Eppure questo Suburra è diverso dai lavori precedenti del regista ambientati a Roma. Qui è c’è una prospettiva di campo più larga, che caratterizza i personaggi insieme al proprio background, e per questo finisce per essere meno asciutta nel realismo, quindi maggiormente scenografica, eppure più profondamente cattiva. Questo è forse imputabile al fatto che il cinema abbia perso infine il pudore e insieme la paura di confezionare storie troppo forti da allontanare il pubblico.
 
Nel film ritroviamo quegli intrecci tra potere, politica e criminalità, che caratterizzano il racconto cupo della Roma contemporanea. C’è il deputato di turno, (Pierfrancesco Favino), l’uomo medio (Elio Germano), il boss “vecchia scuola” – Amendola che si differenzia dalla classica rappresentazione del male per il personaggio di un criminale in qualche modo bonario – e il malavitoso tutto scatti e durezza del bravissimo Alessandro Borghese. L'insieme è fatto molto bene, in un pieno stile frenetico che fa pensare che il cinema di genere, unito all’evocazione della cronaca, sia effettivamente rinato sul piccolo e grande schermo. In più questo Suburra è privo della retorica “buonista” di Romanzo Criminale.

Qui non c’è nessuna forza maggiore in campo, sia essa rappresentata da magistratura o corpo di polizia, ma esso ci consegna piuttosto una massa di cattivi senza redenzione, che salvo qualche tratto umano, non concedono nessuna salvezza al cupo ritratto di un’umanità ambiziosa oltre ogni considerazione collettiva. Per una volta il degrado morale coinvolge anche le donne, in primo piano nella violenza fisica contro gli avversari. Rimangono alcuni buchi di sceneggiatura, non molto originale per la verità, ma il resto è un prodotto talmente tanto lucido nel tono, diretto nel messaggio, che dell’unicità del plot si può decisamente fare a meno.