La felicità è un sistema complesso - Film.it

La felicità è un sistema complesso

TRAMA
La felicità è un sistema complesso

Enrico Giusti avvicina per lavoro dirigenti totalmente incompetenti e irresponsabili che rischiano ogni volta di mandare in rovina le imprese che gestiscono. Lui li frequenta, gli diventa amico e infine li convince ad andarsene evitando così il fallimento delle aziende e la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. E’ il lavoro più strano e utile che potesse inventarsi e non sbaglia un colpo, mai. Ma una mattina un’ auto cade in un lago e tutto cambia. Filippo e Camilla, due fratelli di 18 e 13 anni, rimangono orfani di un’importante coppia di imprenditori. Enrico viene chiamato col compito di impedire che due adolescenti possano diventare i dirigenti di un gruppo industriale d’importanza nazionale. Dovrebbe essere il caso più facile, il coronamento di una carriera ma tutto si complica e l’arrivo inatteso della fidanzata straniera di suo fratello rende le cose ancora più difficili. In realtà sarà il caso che Enrico aspettava da tanto tempo, quello che cambierà tutto, per sempre.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
La felicità è un sistema complesso
GENERE
NAZIONE
Italia
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Bim
DURATA
117 min.
USCITA CINEMA
25/11/2015
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2015
RECENSIONE
di Marco Triolo

L'aggettivo perfetto per descrivere il nuovo film di Gianni Zanasi è “inesplicabile”. Inesplicabile come una premessa interessante si sia trasformata in un'opera fumosa, confusa, che non sa in che direzione andare, cosa raccontare e come.

La premessa è questa. Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) è un professionista che si è inventato un lavoro molto particolare ma utile: fa amicizia con dirigenti incompetenti e li convince a dare le dimissioni prima che trascinino le loro aziende sul lastrico, salvando così centinaia di posti di lavoro. Perché, come viene detto in una scena dallo stesso Enrico, “Il problema in Italia è la classe dirigente”. Un punto di vista interessante sulla crisi economica che, purtroppo, rimane lì dov'è, fermo a quella battuta di Mastandrea che praticamente non ha alcun seguito. Il problema di La felicità è un sistema complesso è proprio questo: gli argomenti di Zanasi vengono detti, spiegati (confusamente) nei dialoghi, mai realmente “mostrati” come il cinema dovrebbe fare.

Il film inizia molto bene: ci viene in breve mostrato il lavoro di Enrico, con la regia elegante di Zanasi che lo segue, tra carrellate sinuose, nella sua routine professionale, tra una discoteca, un tennis club e gli asettici uffici dei suoi datori di lavoro. Poi arriva l'evento scatenante, l'incidente d'auto in cui perde la vita una coppia di imprenditori, che lascia orfani i loro due figli adolescenti. Questi si ritrovano, all'improvviso, alla guida di un impero economico che rischiano di portare al fallimento. Entra in scena Enrico, che però, nel frattempo, si ritrova a dover gestire anche Achrinoam, la fidanzatina israeliana del fratello, che quest'ultimo gli ha scaricato in casa.

E qui il film si perde totalmente. Non è chiaro cosa Zanasi volesse raccontare, ma qualunque cosa fosse non emerge. L'arco di maturazione di due ragazzi costretti a crescere in tempo record? Probabile, ma la combinazione di una scrittura inadeguata e della recitazione poco convinta dei due giovani attori appiattisce il percorso dei due personaggi fino al punto in cui le cose avvengono “perché devono avvenire”. Di conseguenza, crolla anche l'arco del protagonista: Enrico dovrebbe imparare, conoscendo i due, che non sempre la giovinezza e l'inesperienza equivalgono al sicuro fallimento. Dovrebbe ritrovare una ragione di vita ed espandere i suoi orizzonti, imparando nuovamente a fidarsi del prossimo e superando un trauma che lo ha segnato da giovane. E invece non c'è nulla di tutto questo, perché la narrazione procede per una serie di siparietti slegati e l'interazione con i due ragazzi è ridotta al minimo. Anche qui, Enrico cambia “perché deve cambiare”, perché il canovaccio di questo tipo di film lo impone, e non perché Zanasi sappia raccontare questa maturazione in maniera coerente. Neppure la storia d'amore convince, e il suo sviluppo è troppo vago e indeciso per lasciare davvero il segno.

A un certo punto si raggiunge un vuoto narrativo che lascia spiazzati, e Zanasi procede a tentoni, infilando una serie di sequenze musicali che sembrano più dei tappabuchi che altro. Fino a un finale scontato, che contrappone nella maniera più banale possibile “carriera” e “felicità”. Alla faccia del “sistema complesso”.