King Arthur: Il potere della spada

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King Arthur: Il potere della spada

King Arthur - Il potere della spada è una rivisitazione in chiave fantastica della celebre leggenda, firmata da Guy Ritchie. Cresciuto nei vicoli oscuri e dimenticati di Londonium al seguito di una scapestrata banda, inconsapevole del suo lignaggio, il giovane Arthur (Charlie Hunnam) estrae la spada leggendaria dalla roccia in cui è incastonata, diventando così il legittimo proprietario di Excalibur, nonché il sovrano predestinato del regno. Nel percorso per imparare a padroneggiare il potere della magica lama e rivendicare il trono usurpato, si invaghisce di una misteriosa ragazza di nome Guinevere (l'attrice e  modella spagnola Astrid Berges-Frisbey) e si unisce alla Resistenza nella lotta al tiranno Vortigern (Jude Law), che si è impadronito della sua corona ed ha assassinato i suoi genitori. Lo spietato signore della guerra non è l'unico avversario che Arthur deve affrontare, prima ancora dovrà sconfiggere i propri demoni interiori e riuscire a unire il popolo sotto la sua guida, se vuole esaudire le leggende del passato e diventare egli stesso immortale.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
King Arthur: Legend of the Sword
GENERE
NAZIONE
Stati Uniti
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Warner Bros
DURATA
126 min.
USCITA CINEMA
10/05/2017
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2017
RECENSIONE
di Pierpaolo Festa (Nexta)

Lo schermo si illumina e in un battibaleno un gigantesco elefante, perfino più grande di quelli usati da Peter Jackson ne Il signore degli Anelli, si scatena in una distruzione totale a 360 gradi. L'inquadratura si allarga e gli elefanti si moltiplicano. Tutti pronti ad avanzare verso Camelot. Sono appena passati 75 secondi dall'inizio di King Arthur: Il potere della spada e ci troviamo subito davanti a un blockbuster che punta su una forte componente catastrofica, fantasy ed epica. A controbilanciare il massiccio uso di effetti speciali digitali arrivano immediatamente Jude Law ed Eric Bana. Il primo è il fratello del secondo, sovrano e padre di Artù. In una svolta totalmente shakespeariana Law finirà per sedersi sul trono, ma anni dopo dovrà affrontare il nipote venuto a reclamare la corona. 
 
Questo prologo è l'invito di Guy Ritchie verso un nuovo modo di raccontare una storia che chiunque conosce. Ed è l'unico modo di resusciare il mito di Re Artù se lo si vuol fare all'interno di un blockbuster che potrebbe dare inizio a un nuovo franchise. Un reboot che arriva tredici anni dopo il fiasco di Antoine Fuqua con Clive Owen e Keira Knightley, un'avventura storica più interessante sulla carta che nell'esecuzione (frutto di una grossa lite tra il regista e il produttore Jerry Bruckheimer che si impose sul controllo creativo). Ritchie preme il tasto fast forward usando il suo solito montaggio adrenalinico e sintetizzando in maniera brillante due decenni nel giro di due minuti. Una mossa, quella del regista, che conosciamo bene all'interno del suo cinema ma il cui effetto ancora una volta ci sorprende.  

Per gran parte del primo atto si ha la sensazione di avere a che fare con personaggi che sembrano usciti da Snatch: ecco l'Arthur interpretato da Charlie Hunnam, un ladruncolo cresciuto in un bordello e allevato da un gruppo di prostitute. Fa sorridere vederlo sotto interrogatorio insieme ai suoi amici, mentre cerca di divincolarsi dalle domande dei cavalieri del re a proposito di presunti traffici illegali all'interno del regno. Il personaggio ha già la stoffa per diventare un vero uomo, coraggioso e leale. Per trasformarsi nell'eletto dovrà però avere la forza di affrontare i suoi demoni. La storia dunque non cambia, ma la macchina da presa vola dentro e fuori Camelot attraverso paesaggi la cui bellezza rimane scolpita sui nostri occhi e procedendo sulle note di musiche che pompano allo stesso tempo epica e adrenalina.

Finché siamo sul "pianeta Ritchie" allora tutto va per il meglio. Quel pianeta però a tratti scende a patti con gli obblighi della origin story e con alcune "fermate narrative" inevitabili quando si raccontano gli inizi dell'eroe. A quel punto il ritmo rallenta e il film non mantiene gli standard iniziali: è come se sentissimo lo sforzo di Ritchie mentre cerca di portare questo eroe nel ventunesimo secolo, appesantito però dall'obbligo di onorare la tradizione "arturiana". Anche l'uso massiccio degli effetti speciali digitali si appesantisce, sono troppi nel gran finale che vede Arthur contro Jude Law. Troppi e non del tutto convincenti: sembra quasi di essere tornati indietro di dieci anni ai tempi di Spider-Man e Matrix Reloaded. Ritchie ha più il controllo dall'alto, nel prodotto finale, ma qualcosa gli sfugge nello specifico. Finché si tiene stretto il suo humour le cose vanno per il meglio.
 
Due sono le trovate narrative vincenti: l'origine della roccia dalla quale Arthur sfila Excalibur e il fatto che la suddetta spada prenda il controllo sul suo cavaliere e non viceversa. Tutte le volte che l'eroe la impugna, lo vediamo come posseduto da una forza che lo rende invincibile. La parte più interessante arriva nel finale in cui abbiamo un assaggio del sovrano che Hunnam potrebbe incarnare nei sequel. Lui e i suoi cavalieri così tonti che non capiscono cosa sia una tavola rotonda (è una delle risate più forti del film): un manipolo di personaggi che sarebbe curioso seguire in futuro. Deciderà il box office. 
 
Nessun film su Artù può essere all'altezza dell'Excalibur di Boorman, ma questo nuovo King Arthur è uno spettacolo spassoso retto da personaggi azzeccati.