IT

TRAMA
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Quando iniziano a scomparire i ragazzi di Derry, Maine, un gruppo di bambini si trova faccia a faccia con le proprie paure, facendo quadrato contro un clown maligno chiamato Pennywise, la cui storia è costellata da secoli di omicidi e violenze.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
IT (2017)
GENERE
NAZIONE
Stati Uniti
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Warner Bros
DURATA
135 min.
USCITA CINEMA
21/09/2017
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2017
RECENSIONE
di Pierpaolo Festa (Nexta)

Pennywise come il Fred Krueger del 1984. Un'epoca in cui non lo chiamavamo ancora Freddy. Quella in cui lo temevamo: il mostro degli incubi interpretato da Robert Englund rimaneva silenzioso, non scherzava con le sue vittime, non era l'eroe della saga. Il nuovo Pennywise gli somiglia abbastanza: non è lui il protagonista di questo IT, né tantomeno è un gran chiacchierone. No, questo pagliaccio mostruoso è un personaggio che ha pochi minuti per rimanere in scena - tutti ottimamente assestati e interpretati in stato di grazia - e la cui presenza aleggia costantemente attorno ai giovanissimi protagonisti proprio grazie alla sua "assenza".

Per il resto, per tutto il resto, IT - Chapter one (titolo integrale che appare solo all'inizio dei titoli di coda), è una storia coming-of-age che supera di poco le due ore. La maturità è quella a cui arriverà un gruppo conosciuto come "il club dei perdenti": puri di cuore, perdenti individualmente nei confronti del mondo. Possono però cambiarlo quel mondo se stanno uniti. Il film scorre al galoppo in un insieme di siparietti relativi a ciascuno dei sette personaggi. Bisognerebbe dare un Oscar al casting director - lo nominiamo, Rich Delia - che ha radunato e rintracciato questi volti: i giovanissimi protagonisti sono il motore del film. Il loro carisma lega quei siparietti. I loro volti diventano subito riconoscibili, specialmente la giovanissima Sophia Lillis, innegabilmente l'elemento migliore del team e del cast insieme al Pennywise di Bill Skarsgard.

IT è solido quando diventa un film dell'orrore: il regista Andy Muschietti - ha diretto il già dimenticato La madre - non "fa prigionieri" sin dalla sequenza di apertura in cui vediamo il piccolo George Denbrough grondante sangue e senza il braccio che il pagliaccio gli ha staccato a morsi. Il filmmaker di Buenos Aires è a proprio agio nel costruire quadri di paura che tormentano i suoi ragazzini. E assesta un paio di "jump scares" (gli spaventi improvvisi che ti fanno saltare dalla poltrona), tra i più potenti di questa stagione cinematografica. 

Fa un lavoro più interessante quando mette in pausa l'horror e si rivela per quello che è davvero: un nerd degli anni Ottanta cresciuto a "pane e Spielberg". Muschietti punta tutto su uno dei temi più belli dell'intero repertorio di Stephen King: l'amicizia. Torna sempre - e con inquadrature ben congegnate - ai suoi ragazzini e a come, grazie al loro legame, siano in grado di arrivare al superamento delle paure. Questo IT non sarà potentissimo o poetico come Le ali della libertà, ma mentre lo vediamo è innegabile rendersi conto di stare davanti a una perfetta macchina di intrattenimento: più che grande cinema, il film pigia tutti i bottoni giusti e non ha paura di allontanarsi dall'orrore e prendersi il suo tempo per mescolare diversi registri narrativi e raccontare altro, a volte perfino scatenando la commedia. Questi giovani protagonisti vivono all'inferno in una cittadina chiamata Derry che non ha niente da invidiare a Twin Peaks. Meno poetica del villaggio di David Lynch, Derry è una specie di inferno sulla terra in cui gli adulti possono essere "più mostruosi dei mostri". Genitori inclusi. 
 
Dopo ventisette anni in cui il capolavoro letterario di Stephen King ha avuto solo l'ingloriosa miniserie tv come riferimento visivo - un'opera che all'epoca ci siamo fatti piacere per forza, anche grazie alla prova dell'immenso Tim Curry nei panni del clown - questa versione cinematografica, anch'essa inevitabilmente simile a un format televisivo per come si sforza di mantenere fedeltà al libro,  prende in mano il timone. E arriva in porto strappando una standing ovation a chi sta a guardare. Ci si ritrova perfino con le lacrime agli occhi nelle scene che chiudono il film. Lo spettatore ha già venduto il cuore a Hollywood dopo la prima mezz'ora. E nel momento in cui i titoli di coda scorrono davanti ai nostri occhi, il pensiero finale è: "fateci vedere immediatamente la seconda parte".