Inferno

TRAMA
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Dopo essersi svegliato in una stanza di ospedale a Firenze, e senza alcun ricordo di quello che gli è accaduto negli ultimi giorni, Robert Langdon si ritrova preda al centro di una caccia all'uomo. Con l'aiuto della dottoressa Sienna Brooks e grazie alla suo mestiere di esperto di simbologia, Langdon proverà a scappare e risolvere uno dei più grandi indovinelli che abbia mai affrontato.  

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Inferno
GENERE
NAZIONE
Stati Uniti
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Warner Bros
DURATA
121 min.
USCITA CINEMA
13/10/2016
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2016
RECENSIONE
di Pierpaolo Festa (Nexta)
 
La parte migliore di Inferno ci viene servita immediatamente: la macchina da presa di Ron Howard si muove a ritmo adrenalinico, come mai prima nella saga, tra i ciottoli delle strade i Firenze. In quei primi quindici minuti assistiamo a un suicidio ripreso in soggettiva, e al migliore ingresso in scena di Robert Langdon nell'intera saga letteraria e cinematografica. Ecco il professore di Cambridge in pieno delirio sul letto di ospedale: una parte del suo cervello è nel mondo reale, l'altra è all'inferno. Letteralmente. Prima di fare abusi di effetti speciali digitali e ricreare malamente la celebre scena degli ascensori grondanti sangue di Shining, Howard azzecca la resa di quella allucinazione e del senso di disorientamento del protagonista. Sarà l'ultimo momento potente del film. 

Perché da quando Langdon si rimette in sesto dopo la misteriosa "botta in testa", Inferno diventa una corsa turistica superficiale attraverso alcune meraviglie del nostro paese. Ancora una volta il thriller viene affogato dalla necessità forzata di riprendere ogni centimetro dei monumenti più celebri di Firenze, Venezia e Istanbul. I più celebri e anche i più scontati: i primi a cui la mente va quando si pensa a quelle città. Succede la stessa cosa nel libro di Dan Brown da cui è tratto questo film, il più debole dei quattro romanzi incentrati sull'esperto di simboli (il migliore rimane Angeli e demoni).

E' ormai ovvio che il più grande talento dello scrittore è quello di assemblare degli ottimi "voltapagina", giocando al rilancio della tensione ottenuto rimandando sempre più in là ogni rivelazione. Questa sua abilità non viene riprodotta sul grande schermo. Se i primi due film della saga erano già fiacchi e fin troppo schiavi della loro fonte narrativa, questo nuovo capitolo sembra un incrocio tra un documentario sulle bellezze artistiche italiane e un film per la TV prodotto dalla nostra televisione nazionale. Ron Howard si sforza a stringere l'obiettivo su primi piani e dettagli, ma tranne in quei pochi minuti iniziali, non rischia mai. Anche l'azione stenta a decollare nonostante i personaggi siano sempre in continuo movimento, si veda l'imbarazzante sequenza dei droni che danno la caccia ai protagonisti: un inseguimento realizzato in assenza di tensione.

Alla fine la delusione viene interamente canalizzata nei confronti di Tom Hanks la cui performance procede per tutto il film con il pilota automatico: una cosa che aveva già fatto ne Il codice Da Vinci (dove era svogliatissimo) e Angeli e demoni (dove si divertiva un po' di più e sfoderava un taglio di capelli più decente rispetto all'originale). La stessa cosa può essere detta di Felicity Jones arruolata come Langdon-Girl: la sceneggiatura di David Koepp prova in tutti i modi a renderla interessante, senza mai riuscirci davvero. Vincono invece i cattivi: Ben Foster e il Prevost di Irrfan Khan, loro sì che usano al meglio il talento e ogni qual volta si ritrovano in scena, il film diventa improvvisamente più interessante.

La saga di Langdon ha bisogno di staccarsi dai suoi libri e sperimentare di più sul grande schermo. Visivamente in primis. C'è bisogno di uno slancio visivo ulteriore, anche perché l'accoppiata Ron Howard/Tom Hanks ha esaurito il carburante. O probabilmente all'interno del mondo di Dan Brown non lo ha mai avuto.