Blade Runner 2049

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TRAMA
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Trent'anni dopo gli eventi raccontati dal primo film, un nuovo cacciatore di replicanti, l'agente K della polizia di Los Angeles (Gosling), scopre un segreto sepolto da tempo che ha il potenziale di portare il caos in quello che è rimasto della società. La scoperta di K lo spinge verso la ricerca di Rick Deckard, un ex “Blade Runner” della polizia di Los Angeles sparito nel nulla da trent'anni.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Blade Runner 2049
GENERE
NAZIONE
Stati Uniti
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Warner Bros
DURATA
163 min.
USCITA CINEMA
05/10/2017
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2017
RECENSIONE
di Mattia Pasquini
 
Che sia migliore o peggiore dell'originale, bello, brutto, fedele, coerente… davvero poco importa. Almeno sembra, a vedere sobbollire i milioni di fan - e curiosi - del Blade Runner 2049 con cui Denis Villeneuve ha fatto felice la Warner Bros. risvegliando il Mito. E del cult di Ridley Scott c'è molto, inevitabilmente e per fortuna, ben oltre l'annunciato ritorno di Rick Deckard e Harrison Ford. Il problema, semmai, riguarda l'entità e il carattere delle aggiunte tanto quanto le prospettive e i rischi che ne conseguono.
 
Ha detto di esser stato conquistato dalla sceneggiatura, Villeneuve, che ci accoglie nella California del XXI secolo con la fotografia di Roger Deakins (Sicario, Skyfall) e la costruzione di un mondo impazzito, nel quale l'inquinamento fuori controllo ha lasciato il posto alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Un mondo-alveare che ricorda il ghetto di District 9, nel quale persino le luci dei neon trovano poco spazio e sul quale i replicanti continuano a camminare. Nel quale, soprattutto, lo steampunk malinconico di Rutger Hauer e compagni cede il campo a un affresco elettronico e coreografico, nel quale a tratti si fatica a trovare l'anima.
 
Un concetto centrale di questo sequel, che il regista aveva annunciato come lontano dall'originale ma che inevitabilmente non riesce né può prescinderne, offrendocene comunque una naturale evoluzione. Forse non compiuta, verrebbe da pensare a ben guardare e cercando di non farsi influenzare dalla carica iconica del film del 1982 e dei suoi personaggi. Altri tempi, certo, ma è lo stesso svolgimento a spingerci alla riflessione (o al confronto, per quanto sbagliato e inutile) parlando di "esistenze intrecciate" e filosofia.
 
La sempre più moderna incapacità ad accettare la fine di tutte le cose fa rimpiangere il tragico e toccante monologo finale, e pare confermare che tanta attenzione a mantenere una coerenza interna generale non abbia scongiurato il rischio di condizionamenti, per lo più superficiali (gli origami, le miniature, il razzismo verso i 'lavori in pelle', il burocrate sfruttatore invece del burattinaio genetista). Difficile considerarlo un Capolavoro insomma, come alcune delle prime recensioni statunitensi avevano urlato, ma anche parlare male di questo nuovo Blade Runner, comunque intenso, comunque emozionante, comunque denso e pregno di significati e di significanti… soprattutto, comunque, un film personale di un regista che una volta di più si dimostra coraggioso, anche se forse meno libero che in passato.
 
La sua versione di Dick in definitiva ha un proprio fascino, e una innegabile bellezza. Diversa dall'originale, ovviamente, la cui forza emozionale, profondità e carattere restano inarrivati. E al quale quest'opera si mostra organica, scegliendo un cammino alternativo nel quale il tragico e il dolente sembrano scoloriti nella ricerca della drammatizzazione. La prolissa indagine, la rarefazione e le attese diventano elementi secondari rispetto alla svolta offerta, tutta concentrata su elementi messianici e cristologici con al centro un vero e proprio miracolo.
 
Creazione e Paternità sono gli altri due pilastri di un film comunque riuscito, principalmente per l'aver trovato un valore in sé, cinematograficamente, per magnificenza e magniloquenza, in costante equilibrio tra l'eccessivo rispetto dei personaggi che furono (citati o riproposti) e il suo contrario. Ma che lascia forse troppe porte aperte e non offre un sufficiente scarto narrativo: possibili indizi di una futura prosecuzione di questo colosso visivo. Del quale verrebbe quasi da augurarsi il flop per scongiurare il rischio di un Matrix Revolutions che chiuda una indesiderata e innecessaria trilogia. Nella speranza che il regista canadese decida di dedicarsi ai vociferati altri reboot in programma - come quello di Dune o di Cleopatra - e che per una volta produzione e distribuzione si godano il botteghino senza spremere il frutto fino a renderlo insapore e intollerabile.