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La grande bellezza - Toni Servillo

La grande bellezza - La nostra recensione

Tornato dai vasti orizzonti statunitensi, Sorrentino ritrova il tono epico e l'abilita' di raccontare una moltitudine di anime all'interno di un paesaggio ipnotico

22.05.2013 - Autore: Pierpaolo Festa, da Cannes
C'è un momento nel corso dei primi centoventi secondi de La grande bellezza in cui Paolo Sorrentino mette alla prova il suo pubblico. I veloci movimenti di macchina, la colonna sonora composta da voci di un coro sacro e le inquadrature lampo possono con ogni probabilita’ stordire chi le guarda. Quello e’ il segnale con cui il regista quasi ci sussurra: “Allacciate le cinture, perche’ si parte per un trip”.
Un viaggio esistenziale nelle fauci della Citta’ Eterna, un (non)luogo che si rivela come magico, seducente e pieno di vuoto. Si tratta proprio di questo, del peso del vuoto. Una qualita’ che attanaglia a poco a poco il protagonista sullo schermo.

Sorrentino getta lo spettatore in una spirale seducente che cattura il caleidoscopio romano, quello che passato ai raggi X non sembra cosi diverso dall’inferno. Un posto popolato da mostri: gli italiani. In questo caso quelli che una volta componevano il nucleo della mondanità e che trent'anni dopo si ritrovano alle prese con il rantolo della morte a livello culturale, sociale, spirituale e in alcuni casi fisico. Il trip di Sorrentino e’ un viaggio cinematografico attraverso la decadenza di un’epoca barbara dove chiunque e’ in grado di essere spietato o sprecare la vita nel giro di una manciata di secondi. Soltanto chi scuote la propria anima fino alle radici puo’ ritrovare la strada, seguendo una mappa esistenziale verso l’uscita del tunnel.

Raccontando l’Italia dei salotti Sorrentino cattura questo vuoto, paradossalmente riempiendo di sostanza il suo film fino all’orlo. Narrativamente rischia di deragliare un paio di volte: si affeziona cosi tanto a personaggi e intrecci che decide di seguirli tutti, sacrificando un po’ di ritmo e perdendo qualche pezzo. Sfiora il “pastiche”, ma si riprende come un grande direttore d’orchestra. Parlando in maniera scontata: si muove come uno dei migliori registi italiani contemporanei.

La domanda finale dunque è: di cosa parla La grande bellezza? Di tutto. Soltanto di tutto. E funziona
. Anche perche’ il regista ci si offre proteggendo il suo tallone d'Achille: la grande paura di questa sua quarta collaborazione con Toni Servillo, infatti, era quella di non distinguere piu’ l'attore con il personaggio. Questo non succede ne La grande bellezza, forse la prova migliore di un Servillo toccante come mai prima. 

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Per saperne di piu'

Approfondimento: la Roma di Sorrentino su Turismo.it
Video: la critica internazionale incantata da Sorrentino
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