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Una sfida continua a chi intende il cinema come solo spettacolo di intrattenimento.

Il cinema di Michael Mann

Il cinema di Michael Mann

Uno stile rigoroso e riconoscibile in ogni pellicola; un gusto dell’inquadratura che mescola alla perfezione eleganza e ricerca formale; un’estetica cinematografica pienamente personale sia nella regia che nel ritmo narrativo, spesso dilatato e fluido come nella miglior tradizione autoriale europea. Queste, in breve, le caratteristiche del cinema di Michael Mann, uno dei migliori cineasti americani venuti fuori dagli anni ’80.

Il primo lungometraggio in cui Mann è riuscito ad esplicitare in pieno la sua poetica visiva e la sua estetica è stato il bellissimo ed incompreso “Manhunter – frammenti di un Omicidio” (Manhunter, 1986), opera che segna l’inizio del suo sodalizio con il direttore della fotografia Dante Spinotti, che lo accompagnerà per i suoi lavori a venire (ma non quest’ultimo “Alì”). Dietro le spoglie del thriller l’autore è riuscito a comporre un perfetto puzzle, che mescola sapientemente una straordinaria qualità visiva ed un intreccio narrativo affascinante, in cui il protagonista è un uomo che non riesce ad essere in sintonia con il mondo che lo circonda, e questo lo porta ad un conflitto sia interiore che esterno.

La tematica dell’eroe non conciliato è una costante di tutto il cinema di Mann, da “Manhunter” a “L’Ultimo dei Mohicani” (The Last of Mohicans, 1992), da “Heat – la Sfida” (Heat, 1995) a “Insider- Dietro la Verità” (The Insider, 1999). Dopo l’insuccesso commerciale del film tratto dal primo romanzo di Harris su Hannibal Lecter, il regista ha aspettato sei anni prima di tornare sugli schermi con “L’Ultimo dei Mohicani”, il western interpretato da Daniel Day-Lewis e Madeleine Stowe: il film, che ha riscosso notevoli consensi di critica e buoni incassi al botteghino, rimane forse però l’opera meno compiuta del periodo “maturo” di Mann, sospesa tra il forte realismo del suo impianto visivo e l’epicità della storia.

Pienamente riuscito è invece “Heat”, opera capace di esplicitare al meglio tutto il modo di fare cinema del suo creatore: film d’azione dove a prevalere è invece l’introspezione dei personaggi, il lungometraggio possiede una forza visiva ed un impatto emotivo difficilmente riscontrabili i questo tipo di cinema: grazie anche alle splendide interpretazioni di Robert de Niro e Al Pacino, “Heat” rappresenta l’esempio perfetto di cosa significa essere autore a tutto tondo all’interno dello standard produttivo “mainstream”. Il film, forse non a caso, si è però rivelato un altro fallimento per quanto riguarda gli incassi, e mentre la critica europea lo ha osannato, in patria ha trovato parecchi pareri contrari, dovuti probabilmente allo spiazzamento di fronte ad un’opera troppo personale ed autoriale per essere capita. Lo stesso possiamo dire dell’altrettanto splendido “Insider”, che nonostante un grosso consenso di critica e ben sette nomination ai premi oscar del 1999, ha nuovamente disorientato il pubblico americano. Adesso tocca ad “Alì”, nuova sfida di Mann a chi intende il cinema come solo spettacolo di intrattenimento.
KEYWORDS:
  • FILM DRAMMATICO | 
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  • CINEMA AMERICANO | 
  • MICHAEL MANN
COMMENTI:
  • STEFANO
    venerdì 5 aprile 2002
    ore 0:00
    Commento articolo: Michael Mann : non sono sicuro che il primo lungometraggio di Mann sia ''Manhunter''. C'e' un film di qualche anno prima ''Strade violente'' con James Caan e musiche dei Tangerine Dream che porta la firma dell' autore di ''Ali''' e ''Insider''. Grazie per l' attenzione.
  • STEFANO
    venerdì 5 aprile 2002
    ore 0:00
    Commento articolo: Michael Mann : non sono sicuro che il primo lungometraggio di Mann sia \'\'Manhunter\'\'. C\'e\' un film di qualche anno prima \'\'Strade violente\'\' con James Caan e musiche dei Tangerine Dream che porta la firma dell\' autore di \'\'Ali\'\'\' e \'\'Insider\'\'. Grazie per l\' attenzione.
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