MA HOLLYWOOD È ANCHE FLOP
Ma Hollywood è anche flop
La caratteristica fondamentale che probabilmente contraddistingue il sistema produttivo cinematografico americano rispetto agli altri è la capacità di investire enormi somme di denaro in determinate pellicole, quelle che diventeranno dei “blockbuster”, sicuri che la forza del mercato interno, la potenza sui mercati esteri, e la grande possibilità di sfruttamento degli altri canali commerciali possano far guadagnare alle Major ottimi profitti. E molto spesso questa politica rende.
Vi sono stati comunque, nella storia recente del cinema americano, anche alcuni “disastri economici” che hanno in un certo senso segnato i meccanismi produttivi hollywoodiani. Dopo la crisi che gli Studios hanno attraversato tra la fine degli anni ’60 e la metà dei ’70, per molte compagnie investire ingenti quantità in un film ha rappresentato un rischio assai elevato e, nei casi in cui l’opera si è rivelata un insuccesso al botteghino, si è assistito a veri e propri collassi finanziari della casa produttrice.
Per di più, i grandi autori che si sono affermati come i nuovi “padroni” di Hollywood in questo periodo, ad un certo punto hanno tentato di imporre definitivamente la loro poetica e la loro idea di autorialità a tutto tondo attraverso grandiose e spettacolari produzioni. Pensiamo ad esempio a Francis Ford Coppola e al suo “Apocalypse Now"(id.,1979), oppure ai vari Lucas e Spielberg con i loro colossal di fantascienza. Tutti questi film alla fine si sono rivelati ottimi affari sotto il profilo economico.
Quando invece il poderoso “I Cancelli del Cielo” (Heaven’s Gate,1980) di Michael Cimino si è rivelato un “flop” sul grande schermo, l’intero sistema è entrato in crisi, tanto da arrivare addirittura al fallimento della prestigiosa United Artists, fondata negli anni ’20 da Chaplin, Fairbanks Jr. e altri artisti. Stessa sorte è toccata pochi anni dopo alla più giovane Zoetrope di Coppola, che ha investito una grande quantità di denaro in “Un Sogno Lungo un Giorno” (One From the Heart, 1981) e non è più riuscito a far fronte ai miseri incassi della pellicola.
Con il ritrovato vigore produttivo degli anni’80, le Major si sono decisamente assestate, fino ad arrivare ad una politica di concentrazione economica di poche pellicole prodotte all’anno, molto costose ma di sicuro redditizie. Almeno in teoria. Perchè nel corso degli ultimi venti anni non sono mancati altri casi di grossi insuccessi finanziari: già nel 1984 il colossal fantascientifico di David Lynch “Dune” (id.,1984) si rivela un “fiasco”, nonostante un cast di attori internazionale. Tre anni dopo tocca a “Ishtar” (id.,1987), commedia di Elaine May interpretata da Dustin Hoffman, Warren Beatty e l’attrice francese Isabelle Adjani: il film viene a costare circa 60 milioni di dollari, e non arriva ad incassarne neppure un terzo. La fine degli anni ’80 si conclude poi con il tramonto di una delle stelle più redditizie del decennio, quel Sylvester Stallone che con la terza puntata delle improbabili avventure di John Rambo ottiene stroncature della critica e magri incassi al botteghino. Ancora più grande è la delusione del suo acerrimo e muscoloso rivale Arnold Schwarzenegger, quando il suo costosissimo “Last Action Hero” (id.,1992), non arriva neanche lontanamente vicino a raggiungere gli oltre cento milioni di dollari di spese di produzione.
Ma il film che sicuramente meglio sta a simboleggiare i rischi di questo tipo di politica delle Majors è “Waterworld” di Kevin Reynolds, interpretato dall’astro di Kevin Costner, che dopo questo film (insieme al precedente insuccesso di “Wyatt Earp”,id., 1994) inizia un lento ma inesorabile declino, durato per anni. La mega-produzione, tra ritardi nel girare, catastrofi naturali che distruggono l’immenso set costruito intermante in acqua, capricci del protagonista e del regista, arriva a 175 milioni di dollari, cifra che il film non riesce a ricoprire sul mercato americano. Con i guadagni mondiali tuttavia, la pellicola è riuscita a rientrare dei soldi spesi, forse addirittura a guadagnarci qualcosa; ma di fronte a simili investimenti non è comunque illogico parlare di insuccesso.
Nonostante abbia più volte rischiato di grosso con simili produzioni, Hollywood continua a investire in questo tipo di produzioni imponenti. Opere come “Armageddon” (id.,1998), “Independence Day” (id.,1995) e molti altri ne sono l’esempio lampante. Fino ad ora la “Mecca del cinema” sembra aver avuto ragione nel proporre tali enormi balocchi spettacolari: ma quanto durerà, in mancanza di contenuti e storie all’altezza, a reggere il baraccone pieno di effetti speciali?
Vi sono stati comunque, nella storia recente del cinema americano, anche alcuni “disastri economici” che hanno in un certo senso segnato i meccanismi produttivi hollywoodiani. Dopo la crisi che gli Studios hanno attraversato tra la fine degli anni ’60 e la metà dei ’70, per molte compagnie investire ingenti quantità in un film ha rappresentato un rischio assai elevato e, nei casi in cui l’opera si è rivelata un insuccesso al botteghino, si è assistito a veri e propri collassi finanziari della casa produttrice.
Per di più, i grandi autori che si sono affermati come i nuovi “padroni” di Hollywood in questo periodo, ad un certo punto hanno tentato di imporre definitivamente la loro poetica e la loro idea di autorialità a tutto tondo attraverso grandiose e spettacolari produzioni. Pensiamo ad esempio a Francis Ford Coppola e al suo “Apocalypse Now"(id.,1979), oppure ai vari Lucas e Spielberg con i loro colossal di fantascienza. Tutti questi film alla fine si sono rivelati ottimi affari sotto il profilo economico.
Quando invece il poderoso “I Cancelli del Cielo” (Heaven’s Gate,1980) di Michael Cimino si è rivelato un “flop” sul grande schermo, l’intero sistema è entrato in crisi, tanto da arrivare addirittura al fallimento della prestigiosa United Artists, fondata negli anni ’20 da Chaplin, Fairbanks Jr. e altri artisti. Stessa sorte è toccata pochi anni dopo alla più giovane Zoetrope di Coppola, che ha investito una grande quantità di denaro in “Un Sogno Lungo un Giorno” (One From the Heart, 1981) e non è più riuscito a far fronte ai miseri incassi della pellicola.
Con il ritrovato vigore produttivo degli anni’80, le Major si sono decisamente assestate, fino ad arrivare ad una politica di concentrazione economica di poche pellicole prodotte all’anno, molto costose ma di sicuro redditizie. Almeno in teoria. Perchè nel corso degli ultimi venti anni non sono mancati altri casi di grossi insuccessi finanziari: già nel 1984 il colossal fantascientifico di David Lynch “Dune” (id.,1984) si rivela un “fiasco”, nonostante un cast di attori internazionale. Tre anni dopo tocca a “Ishtar” (id.,1987), commedia di Elaine May interpretata da Dustin Hoffman, Warren Beatty e l’attrice francese Isabelle Adjani: il film viene a costare circa 60 milioni di dollari, e non arriva ad incassarne neppure un terzo. La fine degli anni ’80 si conclude poi con il tramonto di una delle stelle più redditizie del decennio, quel Sylvester Stallone che con la terza puntata delle improbabili avventure di John Rambo ottiene stroncature della critica e magri incassi al botteghino. Ancora più grande è la delusione del suo acerrimo e muscoloso rivale Arnold Schwarzenegger, quando il suo costosissimo “Last Action Hero” (id.,1992), non arriva neanche lontanamente vicino a raggiungere gli oltre cento milioni di dollari di spese di produzione.
Ma il film che sicuramente meglio sta a simboleggiare i rischi di questo tipo di politica delle Majors è “Waterworld” di Kevin Reynolds, interpretato dall’astro di Kevin Costner, che dopo questo film (insieme al precedente insuccesso di “Wyatt Earp”,id., 1994) inizia un lento ma inesorabile declino, durato per anni. La mega-produzione, tra ritardi nel girare, catastrofi naturali che distruggono l’immenso set costruito intermante in acqua, capricci del protagonista e del regista, arriva a 175 milioni di dollari, cifra che il film non riesce a ricoprire sul mercato americano. Con i guadagni mondiali tuttavia, la pellicola è riuscita a rientrare dei soldi spesi, forse addirittura a guadagnarci qualcosa; ma di fronte a simili investimenti non è comunque illogico parlare di insuccesso.
Nonostante abbia più volte rischiato di grosso con simili produzioni, Hollywood continua a investire in questo tipo di produzioni imponenti. Opere come “Armageddon” (id.,1998), “Independence Day” (id.,1995) e molti altri ne sono l’esempio lampante. Fino ad ora la “Mecca del cinema” sembra aver avuto ragione nel proporre tali enormi balocchi spettacolari: ma quanto durerà, in mancanza di contenuti e storie all’altezza, a reggere il baraccone pieno di effetti speciali?
