The Road - la recensione del film
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The Road - la recensione del film
L'11 Settembre, il surriscaldamento globale, la recente crisi economica hanno paventato l'incubo di una Terra non più abitata. Sono queste le premesse da cui è partito Cormac McCarthy per scrivere nel 2006 l'apocalisse narrata in "La strada": nel suo libro non c'è nessun accenno palese alla politica di Bush o dalle colpe degli uomini, incapaci di preservare il proprio habitat, ma la non spiegazione significa sottintenderle tutte.
La versione cinematografica del premio Pulitzer 2007, è tanto fedele quanto lancinante. Un padre, un figlio e un mondo di cui già sono stati scritti nove decimi dell'epitaffio. Grigio è il cielo, grigi sono gli alberi che cadono secchi a terra come foglie d'autunno, grigio è il mare non più simbolo di viaggio, ma quieto e austero cimitero di sogni. Niente più cibo: gli uomini mangiano gli uomini e quando non c'è scampo, meglio uccidersi che rischiare di diventare carne da macello tenuta in vita perché ingrassi (senza però, all'occorrenza, un arto o una parte di petto). Tutti contro tutti, mors tua vita mea. Si corre verso sud: l'inverno al nord è gelido, l'unico mezzo per muoversi sono le proprie gambe e continuare a vagare è il solo modo per mantenere viva la speranza di rimanere in vita. In condizioni del genere, è possibile dare ancora un significato alla parola "umanità"? Si può riuscire a mantenere accesso "il fuoco"?
John Hillcoat, il regista di "The Road", segue fedelmente il libro, riuscendo a ritrarre con la giusta desolazione un pianeta alla deriva. Nessuna spettacolarizzazione: le vaste e articolate scenografie sono tanto presenti quanto necessarie, la suspanse della caccia all'uomo (di cui i due protagonisti sono la preda) è tanto ricca di adrenalina, quanto drammatica e lancinante. Si può dire che "The Road" è un film bellissimo perché fa stare male? No, lo è perché all'interno di una situazione non immaginabile (ma non impossibile) riesce a descrivere e a far vivere emozioni più che mai umane. Scava dentro l'uomo rendendolo nudo di fronte alle sue vere priorità, e questo senza ricorrere a scene emblematiche, evitando dialoghi troppo esplicativi, ma ricorrendo solo alle immagini e al semplice racconto.
La bravura di Hillcoat e di chi lo ha affiancato nel casting è anche nella scelta dei suoi attori: serviva la bellezza angelica di Charlize Theron per riuscire, in poche scene, a ricordare quanto fosse bello il passato; era necessaria la fisicità di Viggo Mortensen per interpretare un padre tanto solo e disperato, quanto felice di avere ancora uno scopo nella propria vita: essere genitore. Grande cinema.
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