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Qualche minuto o pochi secondi per concentrare le emozioni, le suggestioni e i tratti somatici della serie che seguirà. Quando una sigla è ben confezionata, le previsioni di assistere ad un vero spettacolo quasi mai falliscono.
Top Five: si comincia con la sigla…
Qualche minuto o pochi secondi per concentrare le emozioni, le suggestioni e i tratti somatici della serie che seguirà. Quando una sigla è ben confezionata, le previsioni di assistere ad un vero spettacolo quasi mai falliscono.
Dexter:
A partire dal motivetto scritto da Rolfe Kent, la geniale sigla di Dexter scalfisce l’apparenza per raggiungere la sostanza di una persona formalmente mansueta che ha appena fatto a pezzi il cadavere di un uomo. Tutto appare filtrato, ripulito, nettamente represso in un ritornello che combinato con le immagini suona sinistro, beffardo e diabolico. Il contrappunto visivo raggiunge picchi di genialità nel mettere in scena un’inaudita violenza inespressa, silenziata ma intimamente sanguinaria fin nei gesti più quotidiani come spremere un’arancia, usare il filo interdentale o allacciarsi una scarpa. E l’abissale provocazione è che ci verrà mostrata solo una microscopica traccia di plasma, una goccia di sangue che scivola sul collo fresco di rasatura eppure capace di scatenare vero raccapriccio. Ecco a voi la perversione, ecco a voi Dexter.
True Blood:
Sensuale, animalesca, istintiva, palpitante e inquieta come l’anima di uno show che ha saputo dare nuova linfa e profondità alla leggendaria specie dei vampiri. Stiamo parlando della sigla di True Blood che procede accumulando immagini suggestive, umide e violente e le miscela con un brano (Bad Things) composto da Nathan Barr e interpretato dalla voce country di Jace Everett. La firma è quella di Digital Kitchen, studio di produzione che ha impresso il proprio sigillo anche sulla sigla di Dexter e Six Feet Under. Tutto ha una spiegazione….
Lost:
In controtendenza con le sigle che rivelano visivamente i contenuti della storia che andrà dipanandosi, Lost sceglie l’austerità severa, asciutta e minimalista di un fondo nero su cui ruota con fare minaccioso il titolo dello show. Pochi implacabili secondi che ridefiniscono l’intero concetto di credits facendolo implodere. Un’assoluta novità a cui fa da sfondo l’eco crescente di un suono che stride. A pensarci bene, una perfetta sintesi dello spirito misterioso e criptico della narrazione…
Desperate Housewives:
Musica di Danny Elfman, (c’è forse bisogno delle presentazioni?) su collage visivo di ritratti e opere d’arte che raccontano l’evoluzione dell’immagine della donna e la sua percezione nel tempo. Dalla mela di Eva (Lucas Cranach), all’antico Egitto, dal Medioevo (Van Eyck) al Puritanesimo dei Quaccheri (Grant Wood), dalle Pin Up al boom economico (Andy Wharhol) fino all’emancipazione (Roy Lichtenstein), per concludere con le quattro casalinghe pronte a raccogliere la mela del peccato in una staffetta verso il riscatto. Colorato, originale, beffardo, acido e sottilmente sacrilego, questo intro è il primo mattone su cui verrà edificata tutta Wisteria Lane…
I Simpson:
Un marchio di fabbrica divenuto leggendario, capace di rinnovarsi mantenendosi fedele allo storyboard originale attraverso l’inserzione di citazioni, variazioni e indizi o l’aggiunta di dettagli e l’estensione di alcune sequenze. Una materia viva, magmatica e sempre al passo con i tempi proprio come la famiglia Simpson che si propone, attraverso un diretto riferimento, come l’evoluzione anarchica e impazzita dei Flinstones.
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