In un momento storico in cui la definizione di documentario sembra aver perso i suoi confini specifici - muovendosi verso delle derivazioni drammaturgiche comunque molto interessanti, come ad esempio quelle di Michael Moore - abbiamo assistito a Venezia a questo capolavoro di Spike Lee, che in un reportage-fiume (più di 4 ore di montato) ha raccontato la tragedia di New Orleans, città che nell’agosto 2005 è stata devastata dall’uragano “Katrina” provocando una tragedia ampiamente evitabile.
Il regista ha organizzato la materia in una struttura narrativa che permette allo spettatore di seguire una storia oltre che una semplice esposizione di fatti ed interviste; eppure il regista ha sempre e comunque messo il fatto, la testimonianza come fonte prima di informazione. Questo è il primo e fondamentale pregio del suo lavoro: la realtà delle circostanze come matrice portante da cui deriva un’idea, un’opinione, un discorso politico e civile. Non il contrario.
Dividendo l’opera in quattro atti tra loro logicamente consequenziali (il racconto dell’alluvione della città, la prima reazione al disastro, la difficoltà dei superstiti ed infine la volontà di ricostruzione) Lee ci ha regalato una visione completa e per nulla pietistica di ciò che è accaduto a New Orleans, dimostrando con i fatti l’inefficienza (quando non il lassismo) degli organi governativi nel fronteggiare la calamità annunciata. Ma l’accusa che “When the Levees Broke” rivolge al governo Bush & co., sia nel suo autore che nei protagonisti diretti che hanno voluto parlare davanti la macchina da presa, non è un discorso a priori che rispecchia le idee sacrosante di chi lo ha realizzato, ma la logica ed inevitabile conseguenza di una serie di prove raccolte e perfettamente testimoniate. Non dunque discorso teorico, ma precisa e documentata presa di posizione contro un sistema incapace di prevedere e gestire sul suolo americano un’emergenza di tale portata: il documento prima dell’idea, equazione che dovrebbe essere la base prima di ogni opera che voglia essere definita appunto come documentario.
Ovviamente, Spike Lee è anche un cineasta che sa “indirizzare” la sua storia e sa soprattutto trovare le chiavi linguistiche per interessare lo spettatore a seguire un lavoro così mastodontico: ecco perciò che “When the Leves broke” è anche intelligente costruzione drammatica, ed insieme tagliente e sarcastica satira civile.
Oltre allo sconforto ed allo sconcerto nel vedere la superficialità e il pressappochismo di chi avrebbe dovuto fronteggiare prima ed in seguito contenere la calamità a New Orleans, assistiamo poi nell’ultimo atto ad un qualcosa che non ci saremmo aspettati di trovare. Il feroce e vitale ottimismo degli abitanti, capaci di rispondere alla tragedia con lo specchio grottesco ed affascinante della festa, della burla. Alla faccia di Katrina, e di George W. Bush.


Spike Lee

