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Molti grandi amori hanno riempito la vita di Vittorio Gassman: le donne, la famiglia, il teatro, il cinema. I numeri non ingannano: tre matrimoni, quattro figli, quasi sessant’anni di carriera, centinaia di film e di spettacoli teatrali.

Una vita vissuta

Molti grandi amori hanno riempito la vita di Vittorio Gassman: le donne, la famiglia, il teatro, il cinema. I numeri non ingannano: tre matrimoni, quattro figli, quasi sessant’anni di carriera, centinaia di film e di spettacoli teatrali.

Molti grandi amori hanno riempito la vita di Vittorio Gassman: le donne, la famiglia, il teatro, il cinema. I numeri non ingannano: tre matrimoni, quattro figli, quasi sessant’anni di carriera, centinaia di film e di spettacoli teatrali.
Vittorio era conosciuto come il ‘Mattatore’; aveva guadagnato questo soprannome alla fine degli anni '50, quando andò in onda alla Rai l’omonima trasmissione, che riadattava per il piccolo schermo gag e personaggi degli spettacoli teatrali portati in giro per l’Italia. E il grande pubblico poté conoscere le doti istrioniche di Gassman, che nello spettacolo televisivo diretto da Daniele D’Anza spaziava tra teatro classico e battute brillanti.
Nel 1959, anno de “Il Mattatore”, Vittorio calcava le scene già da sedici anni; aveva debuttato infatti nel ’43 in “Nemica” con la compagnia di Dario Niccodemi. Da allora era stato un susseguirsi di successi: diretto da Luchino Visconti interpretò tra l’altro “Un tram che si chiama desiderio” di Tennessee Williams e “Troilo e Cressidra” di William Shakespeare. Con Luigi Squarzina si trasformò in Amleto e memorabile resta il suo “Otello” del ’56 nel quale ogni sera insieme a Salvo Randone si scambiavano le parti, diventando volta per volta il Moro di Venezia o il fedele-traditore Jago.
Nel ’54 Gassman fondò una compagnia che portava il suo nome e nel ’60 diede vita al Teatro popolare italiano, un enorme tendone da circo sotto il quale recitò opere impegnative come “Adelchi” di Manzoni e la trilogia dell’Orestea di Eschilo.
Una passione, quella per il teatro, che non svanirà mai. Di lui Silvio D’Amico, suo maestro all’Accademia nazionale d’Arte drammatica di Roma, diceva: “a questo attore Dio ha elargito tutti i doni”. Tra gli altri suoi spettacoli in palcoscenico, ricordiamo la bellissima trasposizione, nel ’77, del dramma “Affabulazione”, di Pier Paolo Pasolini, in cui recitava a fianco del figlio Alessandro.
L’altro immenso amore è ovviamente quello per il grande schermo, dove però Gassman non fu subito fortunato e apprezzato come in teatro. L’incontro che diede una svolta alla sua carriera cinematografica - cominciata nel ’46 e che lo vide impegnato per anni (in Italia e a Hollywood) in una serie di ruoli di scarso spessore - fu quello con Mario Monicelli, che lo volle, contro il parere dei produttori, accanto a Totò nel suo film “I soliti ignoti”. Era il 1958 e il pubblico conobbe il Gassman comico nel famoso personaggio del ladro balbuziente ‘Peppe er Pantera’. Da allora un’ininterrotta serie di film, non tutti dello stesso valore e non tutti ugualmente noti. Dovendone citare solo alcuni, si possono scegliere quelli legati ai tre registi che hanno segnato forse maggiormente la sua carriera: Mario Monicelli, Dino Risi ed Ettore Scola.
Al primo, oltre a “I soliti ignoti” sono legati titoli come “La grande guerra”, “L’Armata Brancaleone” e “Brancaleone alle crociate”. Con Risi, Gassman ha girato quasi venti film, tra i quali “Il sorpasso”, “La marcia su Roma”, “I mostri”, “Profumo di donna” e “Tolgo il disturbo”. Scola l’ha diretto in “C’eravamo tanto amati”, “La terrazza” e “La famiglia”.
Una vita piena di soddisfazioni e coronata dal Leone d’Oro alla carriera nel Festival di Venezia del 1996; una vita da lui stesso raccontata nell’autobiografia del 1981 “Un grande avvenire dietro le spalle”, ma sulla quale pendeva l’ombra cupa della depressione.
La morte l’ha colpito nel sonno, la notte del 29 giugno di un anno fa, all’età di 78 anni. Proprio lui che diceva: “E’ incongruo che si muoia, che non ci venga data un’altra vita per farla meglio”.

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