foto di Francesca Camerino
La storia vuole puntare l’attenzione, come sottolinea Milani, sul rapporto tra il sequestrato e il suo sequestratore, tra vittima e carnefice.
Riccardo Milani e il cinema italiano
La storia vuole puntare l’attenzione, come sottolinea Milani, sul rapporto tra il sequestrato e il suo sequestratore, tra vittima e carnefice, un rapporto fatto anche di dinamiche quotidiane, di studi, di approcci, di strategie anche minime per tentare di scavare l’uno nell’altro.
La storia vuole puntare l’attenzione, come sottolinea Milani, sul rapporto tra il sequestrato e il suo sequestratore, tra vittima e carnefice, un rapporto fatto anche di dinamiche quotidiane, di studi, di approcci, di strategie anche minime per tentare di scavare l’uno nell’altro.
Perché ha deciso di trattare di questa storia?
R.M. “Mi sembrava una vicenda molto intensa anche perché il suo epilogo vede due morti (n.d.r., l’ispettore dei Nocs e uno della banda: Moro) e si lascia alle spalle molti interrogativi irrisolti abbastanza inquietanti. Ho dato molto rilievo al ruolo dello Stato che cerca di arrivare ad una soluzione concreta del caso, perché credo che fin quando nel nostro paese lo stato sarà percepito con distacco dalla società civile, il fenomeno dei rapimenti avrà sempre radici nelle quali affondare. Questo non vuol dire giustificare, con una motivazione storica, chi commette questo tipo di reato, vuol dire cercare di andare a scavare, cercare di capire”.
Prima di iniziare le riprese, che sono durate dieci settimane, ha fatto ricerche sui fatti di pura cronaca?
R.M.“In realtà sono partito dal libro autobiografico di Soffiantini, una ricostruzione fedele del rapimento con un punto di vista preciso che è quello di chi è stato sequestrato. Poi con l’aiuto degli sceneggiatori sono andato a scavare su tutti i momenti che il protagonista della vicenda percepiva ma non conosceva, non era in grado di vedere. Ho tentato di descrivere tutto ciò che accadeva intorno a lui, tutto ciò che gli rimaneva sconosciuto in quanto prigioniero.”
E’ stato faticoso dirigere un cast così ricco ?
R.M.“Si dice sempre che la lavorazione è stata bella, in questo caso è stato realmente così al di là dell’impegno fisico. Certo abbiamo dovuto affrontare molte difficoltà in quanto girare un film per dieci settimane soprattutto nei boschi è come girare nella sabbia, tutto è rallentato, più faticoso, per non parlare poi della pioggia, del freddo, del caldo e altro ancora. Sperandeo si è rotto un braccio mentre correva e durante la lavorazione Michele si è ferito, insomma è un film anche fisico.”
Come è stato il passaggio dal cinema alla televisione?
R.M.“Sicuramente nei film precedenti ho affrontato un tipo di racconto diverso rispetto a questo lavoro concepito per la televisione, ma in realtà l’unica difficoltà è legata ai tempi di lavorazione, molta più rapidi rispetto a quelli cinematografici. In ogni caso ho cercato di evitare la morbosità televisiva, quella, per intenderci, che fa chiedere ai produttori più violenza, più sangue per creare tensioni. Ho cercato di creare la stessa tensione puntando sui rapporti umani, sull’emotività del racconto e su questo spero di ottenere un ottimo ascolto.”
Come e quando si è avvicinato al cinema?
R.M.“Ho cominciato a lavorare con Mario Monicelli, con lui ho fatto tre film, poi sono stato aiuto-regista di Daniele Luchetti e Nanni Moretti. Certamente avere questo ruolo è cosa ben diversa dal fare il regista, vuol dire risolvere problemi più concreti, pensare alle esigenze pratiche della lavorazione di un film, quindi alla troupe, ai tempi, ai rapporti, avere cioè un approccio più pratico che artistico con il set. Ma attraverso questo percorso di apprendimento ho capito che il cinema è soprattutto un lavoro, un “mestiere” e non solo un’arte astratta."
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