Sean Penn è un politico corrotto in ascesa nel film “Tutti gli uomini del re” remake dell’omonimo film del ’49 ispirato al romanzo con cui Robert Penn Warren vinse il Pulitzer. La scelta di Sean potrebbe essere giudicata un po’ arrischiata, visto che il suo predecessore Broderick Crawford con il ruolo di Willie Stark vinse il premio Oscar per il ruolo di miglior attore protagonista (ed il film in sé stesso ne vinse ben altri due), ma sembra proprio che Sean Penn non si senta secondo a nessuno e dopotutto anche lui ha vinto lo stesso Oscar, cinquant’anni dopo.
Abituato da sempre a ruoli in cui fa la parte del cattivo, a volte pentito, come in “Dead Man Walking” (1995), a volte per sbaglio come in “Mystic River” (2003) e a volte invece bastardo convinto come in “Carlito’s Way” (1993) film che inevitabilmente suscitarono polemiche o perlomeno non lasciarono gli animi immoti, l’idea di far di nuovo parlare di sé per le sue scelte non lo spaventa per niente.
Come non lo spaventò divorziare dopo appena quattro anni di matrimonio dalla signorina Ciccone, in arte Madonna, proprio negli anni in cui lei si stava trasformando nel più grande fenomeno pop (ma non ama parlare di questo), o interpretare superlativamente un uomo affetto dalla sindrome di Down in “Mi chiamo Sam” o scrivere una lettera sul Washington Post indirizzata a Bush in cui gli chiedeva di ritirare le truppe dall’Iraq. Il suo attivismo politico oltre ad una personale ribellione alle scelte del suo paese è legato alla paura per il futuro dei suoi due figli, nati dal suo matrimonio con l’attrice Robin Wright. Nonostante la sua scelta di ruoli sempre impegnativi e psicologicamente complessi, se gli si chiede la ragione per cui è diventato un attore, bè, risponde che è stato a causa di Robert De Niro. Omaggio al grande attore o furbo escamotage per evitare una domanda inutile? Certo è che Sean Penn non si occupa, almeno pubblicamente, di questioni futili e la maggior parte dei suoi film, spesso feroci critiche della mentalità occidentale, lo dimostrano.

