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Sette anni dopo "La sottile linea rossa" torna Terrence Malick con un melodramma che racconta dell'amore tra la nativa indiana Pocahontas e John Smith, un soldato dell'esercito inglese

The New World

Sette anni dopo "La sottile linea rossa" torna Terrence Malick con un melodramma che racconta dell'amore tra la nativa indiana Pocahontas e John Smith, un soldato dell'esercito inglese

Id., Usa, 2006.
Regia di Terrence Malick;
con Colin Farrell, Christian Bale, Christopher Plummer, Q’Orianka Kilcher

Quello che avevamo temuto dopo aver visto il pur splendido “La sottile linea rossa” (The Thin Red Line, 1998) si è purtroppo avverato: il fastidioso “animismo panteistico” che avvolgeva pericolosamente alcuni momenti di quel film, e che rappresenta la parte maggiormente fuorviante del cinema di un genio come Terrence Malick, è esploso del tutto in quest’ultimo “The New World”; trascinando via una qualsiasi idea di narrazione “forte” o di messa in scena in qualche modo adattabile alle esigenze dello spettatore medio. Montato secondo una sua logica, che si intuisce interna all’idea stessa del film, ma che poi non riesce ad esplicarsi con chiarezza nei confronti di chi guarda, "The New World" possiede tutti i difetti dell’opera che è sfuggita di mano al proprio creatore, ed è diventata un qualcosa di strabordante, ripetitivo e quindi, alla lunga, noioso. La costante stilistico/narrativa più irritante di questa pellicola è un uso della voce/off che supera senza ritegno il mero didascalismo: ogni scena viene affogata in una serie di parole che troppo spesso ripetono semplicemente quello a cui stiamo assistendo, invece di proporre con sensibilità ed equilibrio un’interpretazione di immagini e storie.

Altro grosso handicap di “The New World” è quello di essere basato su canovaccio di trama che risulta alla fine molto più che banale; una simile idea “alta” di messa in scena viene poggiata su una storiella che molto si avvicina, a conti fatti, con un melodramma da quattro soldi: non ci sono temi portanti che valorizzino l’estetica di Malick, e non c’è neppure uno sviluppo accettabile dei personaggi – tutti ridotti a mere funzioni, o al massimo metafore del discorso poetico del regista. Gli eventi e la loro palese significazione simbolica si susseguono con una retoricità a tratti davvero disarmante, sia dal punto di vista semplicemente narrativo che da quello estetico.

Tutto da buttare, dunque, questo nuovo attesissimo lungometraggio del regista de "La rabbia giovane" (Badlands, 1973) e “I giorni del cielo” (Days of Heaven, 1978)? Tutto sommato no: salviamo la magnifica fotografia di Emmanuel Lubezki e soprattutto l’interpretazione di un Christian Bale la cui (tardiva) entrata in scena innalza  sensibilmente la qualità e l’interesse di tutto il film: probabilmente uno scambio di ruoli con l’esanime e immobile Colin Farrell avrebbe giovato, e non poco, al risultato finale dell’opera.

Per tutto il resto, “The New World si presenta come una pellicola che poco o nulla concede alle esigenze del pubblico, e troppo invece a quelle dell’autore. Malick, molto più che in passato, ha voluto realizzare il “suo” film, ed ha finito purtroppo per evidenziare clamorosamente il lato più  spocchioso ed auto-referenziale del suo modo di fare cinema. Rimane un cineasta che ci ha regalato opere, visioni e momenti indimenticabili, ma di certo non questa volta…
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