Nell’immaginario collettivo il supereroe che più rappresenta a livello mondiale l’intergità, l’onestà ed i principi portanti della cultura americana è senza dubbio l’Uomo d’acciaio: Superman è l’eroe senza macchia, che non possiede il dubbio od il travaglio interiore che affligge altri famosi protagonisti di leggendari fumetti. Quindi il processo di modernizzazione – che significa maggior realismo nella costruzione psicologica, e quindi una più profonda sfaccettatura ed ambiguità – che hanno subito personaggi come Batman per primo, ma anche Spider-Man o Hulk, se applicato a questa figura non può avere lo stesso senso, e soprattutto la stessa logicità nel trasformare uno stereotipo che è senza dubbio più “fisso” e meno malleabile degli altri.
Il primo, fondamentale fraintendimento che Bryan Singer ha compiuto nel realizzare questo nuovo episodio di Superman è quindi una questione di fondo: l’atmosfera desolata, quasi funebre, che si respira per tutto “Superman Returns” non ha nulla a che fare con la natura prima del supereroe, che è tutt’altra cosa. Se Christopher Nolan aveva perfettamente centrato il senso ultimo dell’animo del suo Uomo-Pipistrello nello splendido “Batman Begins” (id., 2005), il talento di Singer prevarica il contenuto primo da lui trattato a scapito di una scelta formale magari anche elegante, ma appunto disomogenea.
Oltre a questo scarto il film soffre poi di notevoli squilibri a livello narrativo, soprattutto per quanto riguarda l’equilibrio tra azione/spettacolo e la parte più intimista e sentimentale. La trama principale della pellicola ci mette molto, troppo a partire, e quando all’improvviso si conclude assistiamo ad almeno un’altra mezz’ora di proiezione che si trascina in maniera stanca. Sembra quasi che per giustificare un budget talmente elevato si sia allungato il brodo della sceneggiatura oltre il sostenibile.
Un altro punto di cocente delusione riguardo all’esito del lungometraggio sono senza dubbio le interpretazioni degli attori, a dire il vero tutti alle prese con figure molto poco caratterizzate a livello psicologico: se però Brandon Routh è in un certo qual modo in sintonia con quanto ci si aspetta dal personaggio di Superman, mediocri ci sono sembrate le prove di una scialba Kate Bosworth e soprattutto di un isterico Kevin Spacey, sempre sopra le righe e mai capace di coinvolgere lo spettatore con le sue smorfie.
Insomma, questo “Superman Returns” nonostante l’abilità della confezione molto si avvicina alla piena delusione: la trasformazione “dark” che Singer ha tentato non si è rivelata funzionale all’eroe, e conseguentemente ne è scaturito un film inutilmente intristito e pesante da digerire. Poca azione, pochissima emozione, ed una spettacolarità “trattenuta” che non si addice alle gesta dell’Uomo d’acciaio. Un kolossal magari anche bello da vedere, ma che sembra non sapere bene dove dirigersi, e soprattutto verso chi.




martedì 5 settembre 2006
ore 14:16
martedì 5 settembre 2006
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