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Paranoia, schizofrenia, manie compulsive. Spider è uno psicodramma edipico che rinuncia agli effetti speciali, niente allucinazioni o deliri visivi.

Spider

Paranoia, schizofrenia, manie compulsive. Spider è uno psicodramma edipico che rinuncia agli effetti speciali, niente allucinazioni o deliri visivi.

Un film di David Cronenberg
Con Ralph Fiennes, Miranda Richardson, Gabriel Byrne

Sui titoli di testa scorrono immagini di muri incrostati, macchie di muffa, pitture raschiate. L’immagine è elegante, ben fotografata, la musica dolce. Eppure già si percepisce un alone di inquietudine: le chiazze sverniciate sull’intonaco ricordano le macchie di Rorschach, il più riconoscibile dei test psichiatrici e da subito capisci che il viaggio nella malattia è iniziato.
L’incontro tra il regista più ossessivo del cinema contemporaneo, David Cronenberg, e l’autore di “Follia” Patrick Mc Grath, non poteva che essere un viaggio senza ritorno nell’abisso della mente umana. Figlio di uno psichiatra e cresciuto a stretto contatto con la malattia mentale, Mc Grath sa raccontare la psicosi come nessun altro. E Cronemberg la sa mettere in scena, con sapienza stilistica ed eleganza. Con inquadrature studiate al millimetro, pittoriche, plastiche, con una fotografia ricercata e sinuosa, con una regia asciutta nella sua perfezione.
La storia comincia in una stazione. Dai vagoni scendono i ricchi della prima classe, poi i piccolo borghesi, e infine lui, il protagonista, un relitto umano appena uscito da un ospedale psichiatrico: “Spider”, come lo chiamava affettuosamente la madre, interpretato magistralmente da Ralph Fiennes. Un uomo che indossa tre camicie l’una sull’altra e tiene tutti i suoi ricordi in un calzino, dentro la patta dei pantaloni. Che scrive su un taccuino con un alfabeto inventato, che tesse trame con lo spago tra i muri grigi della sua stanza.
In una casa di cura per avanzi di manicomio, Spider, stralunato e quasi afasico, ripercorre il trauma che è all’origine della sua malattia. Attraverso i luoghi dell’infanzia -la provincia inglese dei campi umidi di pioggia e delle serate al pub- Cronenberg sembra portarci, più che in un luogo geografico, in una cordinata mentale. Un viaggio nei ricordi, nelle allucinazioni, nella quotidiana follia. Quella di Spider bambino (interpretato con una perfezione inquietante dal piccolo Bradley Hall) è una famiglia che si trascina in un esistenza monotona come il cielo inglese: una mammina premurosa e un padre un po’ rude, niente di esaltante o di spregevole. Ma un delitto mostruoso interrompe l’idillio: Il padre uccide con una vanga la madre, e porta a casa un’altra donna, un ubriacona gretta e volgare (entrambe le donne sono interpretate da Miranda Richardson). O almeno questo è quello che crede di vedere Spider, queste sono le immagini elaborate dalla sua mente, sottile e contorta come una ragnatela.
Paranoia, schizofrenia, manie compulsive. Spider è uno psicodramma edipico che rinuncia agli effetti speciali, niente allucinazioni o deliri visivi. Tutto è freddo, millimetrico, raffinato e cerebrale. Del resto, il commento più icastico per Spider lo ha dato lo stesso Cronenberg, definendolo un perfetto incontro tra Samuel Beckett e Freud. L’assurdo e l’inconscio. Lento e disaccato, Spider può risultare esasperante per molti spettatori. Ma ritrovandosi a galleggiare nelle sequenze ipnotiche del geniale regista canadese, gli estimatori di Cronenberg non rimarrano delusi.
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