Il regista Alessandro Piva dopo il successo de «LaCapaGira», ormai film cult, torna a descrivere Bari, con una carrellata di personaggi geniali.
Mio cognato
Il regista Alessandro Piva dopo il successo de «LaCapaGira», ormai film cult, torna a descrivere Bari, con una carrellata di personaggi geniali. Sandokan, Saddam, Mariuccio, il misterioso Marlon Brando, catenoni d'oro, camicie aperte su pance prominenti, dialetto stretto.
con: Sergio Rubini e Luigi Lo Cascio
Bari come Los Angeles. Scura, il neon e le luci delle auto che tagliano il buio, vicoli come labirinti. Un viaggio al termine della notte, strizzando l' occhio a "Il Sorpasso". Due uomini molto diversi, uniti solo dalla parentela cognati si trovano a dividere un'avventura che cambierà le loro vite. Toni, un Sergio Rubini in completo giallo senape e camicia jacquard, bravo da morire, è il 'professore' (perché ha la licenza media), uno ben conosciuto nell'ambiente della piccola malavita barese. Vito, Luigi Lo Cascio in versione Trintignant anni Duemila, con tanto di golfino sulle spalle, è il suo sfortunato cognato cui hanno rubato la macchina nuova, durante la festa per il battesimo del figlio di Toni. Su una decappottabile rossa comincia la ricerca per i quartieri più malfamati. Rubini è cialtrone, sbruffone ('per saper come è una donna a letto, guarda come guida'), sprezzante, le labbra con l'onnipresente stuzzichino disegnano la smorfia di chi della vita ha capito tutto. Lo Cascio ha la bravura di stare nell'ombra del compagno ritagliandosi sguardi e silenzi dell'ingenuo. Una somiglianza inedita con il bravo ragazzo per eccellenza ( 'Ma io sono cognato a Gianni Morandi!', esclama Toni osservandolo).
Il regista Alessandro Piva dopo il successo de «LaCapaGira», ormai film cult, torna a descrivere Bari, con una carrellata di personaggi geniali. Sandokan, Saddam, Mariuccio, il misterioso Marlon Brando, catenoni d'oro, camicie aperte su pance prominenti, dialetto stretto. Piccoli malavitosi dipinti nella notte scura tra lucette di feste patronali, pletore di Padri Pio e Santa Lucia, bische e birre. Case con la gondola illuminata sul televisore e bambole in costume sul divano (rigorosamente con il pizzo sullo schienale). Il boss Cilluzzo, canottiera azzurra e bermudone, con la nonna che fa la salsa al buio in cucina. Tutto in una Bari notturna a metà tra città del sud con i suoi vicoli, i panni stesi, lo stadio San Nicola che sembra un'astronave, e metropoli post industriale. Bari che diventa L.A con l'auto in corsa su grandi strade deserte, spazi vuoti, personaggi che potrebbero avere le fattezze di Joe Pesci. Fino alla casa tra le palme dell'amica giovane di Toni, la bella Carolina Felline, in vestaglia con tanto di dragone. Noir e agro, come il limone che è il surreale filo conduttore, onirico e ironico. Il regista, che dice di essersi ispirato non tanto a Dino Risi quanto a Martin Scorsese e ad Akiro Kurosawa di 'Cane randagio', si ritaglia un cameo con una scena hard tra vetri trasparenti, in cima al faro. Alla barese.
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