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”Le Divorce” di James Ivory dà una sola conferma davvero positiva. Aveva ragione il regista a dire che non bisognava aspettarsi il suo solito film. No, non è come al solito. Semplicemente un film esagerato, incongruo, non adeguato al momento.

Le Divorce

”Le Divorce”, il film di James Ivory dà una sola conferma davvero positiva. Aveva ragione il regista a dire che non bisognava aspettarsi il suo solito film. No, non è come al solito. Semplicemente un film esagerato, incongruo, non adeguato al momento e ben poco umoristico.

Mettiamo insieme una serie di situazioni e di personaggi e vediamo che film ne può venir fuori. Una ragazza americana - che più americana non si può - viene da Santa Barbara a trovare la sorella trasferitasi a Parigi. Quest’ultima ha un marito e una figlia, è una poetessa un po’ malinconica e sembra aver acquisito uno stile di vita se non altro adatto alla metropoli francese.
Le due sorelle Walker (Kate Hudson ”quella appena arrivata” e Naomi Watts ”quella ’parigina’”) si confrontano con il seguente mondo. Un ragazzo francese, di buona famiglia e molto viziato, Charles Henri de Persand (Melvil Poupaud), che fugge dalla moglie americana per una nuova passione e l’abbandona su due piedi, senza dare spiegazioni, richiamandola soltanto per avere indietro le lenti a contatto. Francese dall’acconciatura all’eleganza fino ai tic più evidenti, il ragazzo ostenta indifferenza e noncuranza. Si sa come va la vita e lui, francese, lo sa meglio di altri. È una grande passione la sua, che farci?

Sua madre del resto non può che convenire. Si tratta di una donna ricca e forte, intelligente e impetuosa, che ha dedicato tutta se stessa alle forme. Le forme del ben vivere, le buone maniere, le forme scintillanti di una famiglia ben organizzata. Il figlio lo compatisce e semmai si preoccupa della reazione poco misurata della ragazza. Eppure l’invita a pranzo, la sua poco amata nuora, finge comprensione e dice come previsto ”bien sur” o ”c’est normal” per ogni straordinaria novità, come ad esempio un adulterio. Nei pranzi che offre fra sorrisi d’occasione e chiacchiere di rito, è spesso presente anche il fratello, un ’giovanile’ sessantenne cui non manca la voglia di sedurre. Lo zio Edgar (Thierry Lhermitte) peraltro fa politica e guardacaso è un francese guerrafondaio, che distruggerebbe tutti i popoli che detesta. Il suo charme però sembra invincibile e la sorella Walker appena arrivata non gli resiste.

Ci si mette anche un quadro di mezzo. È un pezzo di proprietà della famiglia Walker che Roxy ha portato con sé e che ora suo marito e la sua famiglia reclamano come parte da dividere nell’incipiente divorzio. Intorno a questo presunto La Tour, girano ovviamente l’ottusità degli esperti del Louvre e la furbizia di Christie’s (rappresentata dall’unico vero momento d’ironia del film: Stephen Fry) nonché gli interessi più evidenti e disparati delle due famiglie. Intanto la nuova fiamma di Chrales Henry ha un ex che perseguita le Walker (Matthew Modine) e una scrittrice amica di Roxy (Glenn Close) sparge chicche sulle abitudini francesi da cui s’appresta a fuggire. Si parla dei nomi dati alle uova sode dai francesi, degli infiniti modi di nominare una semplice sciarpa, degli infiniti modi di portarle le sciarpe. E via così.

Il film che ne viene fuori, ”Le Divorce”, presentato fuori concorso alla Mostra di Venenzia, dati tutti gli ingredienti (la sceneggiatura è tratta dall’omonimo romanzo di Diane Johnson), è chiaramente un film in cui i francesi e le loro abitudini vengono ridicolizzati senza possibilità d’appello. Non c’è un atteggiamento sano nei parigini e non esiste francese autentico. Questo è chiaro. Mentre gli americani sono autentici e puri, anche nei loro comportamenti ingenui e grotteschi che, proprio per questo, non paiono davvero profondamente ridicoli. Il film dunque sovverte i miti circa l’americano a Parigi, o meglio li conferma a tal punto da sovvertirli. E questo in un momento in cui le french fries vengono adeguatamente ribattezzate freedom fries.

Il film di Ivory dà una sola conferma davvero positiva. Aveva ragione il regista a dire che non bisognava aspettarsi il suo solito film. No, non è come al solito. Semplicemente un film esagerato, incongruo, non adeguato al momento e ben poco umoristico. Un film di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, se non fosse per le capacità indubbie che alcuni attori hanno avuto la possibilità di mostrare nonostante il paese d’origine o la lingua madre.
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