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Zhang Yimou, il regista, dimentica qui la società chiusa e arcaica del suo capolavoro, Lanterne Rosse, e si cala nella quotidianità di un Paese assediato dalla modernità.

La locanda della felicita'

Zhang Yimou, il regista, dimentica qui la società chiusa e arcaica del suo capolavoro, Lanterne Rosse, e si cala nella quotidianità di un Paese assediato dalla modernità.

Tutto ha un prezzo, e la Cina non fa eccezione: per prendere moglie ­ se non sei troppo giovane né troppo attraente ­il prezzo è alto. Devi essere, perlomeno, molto ricco. O molto fantasioso.
In una metropoli piena di grattacieli e di insegne della Sony, un operaio, Zhao (Zhao Benshan), cerca moglie. Ne trova una disponibile, grassa e con due figli: un maschio, obeso anche lui, che si sfonda di gelati Haagen-Dazs e di video-giochi, una femmina, figlia di primo letto del marito fuggito, bellissima e cieca (l’attrice Dong Jie, una Gong Li metropolitana).
La storia di questa cenerentola cinese è semplice e molto poetica. La matrigna se ne vuole sbarazzare e l’appioppa al povero Zhao, che si è finto proprietario di grandi hotel, perché la faccia lavorare come massaggiatrice.
Zhao non ha alberghi, ma solo un vecchio autobus in disarmo dove si appartano le coppiette senza casa, chiamato la Locanda della felicità.
Ma vuole davvero aiutare Wu Ching a tornare dal padre che le ha promesso di portarla in America per curarsi gli occhi.
Organizza così, con i suoi amici operai, una messa in scena geniale: in una vecchia fabbrica in via di demolizione riproduce una perfetta sala massaggi dove i clienti saranno solo loro e i soldi che le daranno saranno i poveri risparmi di Zhao. Non sembra complicato, dato che la ragazza non ci vede.
E poi, che importanza ha se i clienti sono dei vecchi operai e non professori universitari, come dichiarano, e se i soldi sono falsi, di carta di riso?
In un mondo dove sognare è difficile la sala dei massaggi, con i rumori della strada registrati, è un universo unico, lontano da quel consumismo che sta cambiando l’universo fuori.
Zhang Yimou, il regista, dimentica qui la società chiusa e arcaica del suo capolavoro, Lanterne Rosse, e si cala nella quotidianità di un Paese assediato dalla modernità. Ma è una modernità interpretata secondo schemi nuovi, come ha raccontato bene anche la giovane Zhou Weihui nel libro-cult Shanghai Baby.
Per il finale preparate i kleenex, ma senza dimenticare che il film ha diversi piani di lettura. Il disprezzo per il nostro mondo e il desiderio fortissimo di divenirne parte sono un’immensa corrente di forza: la Cina, prima o poi, ci conquisterà. Perché è candidamente amorale, perché non ha Dio se non quello delle cose, per la sua capacità di sognare ancora davanti a un gelato Haagen-Dazs.
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