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Un film sull’atrocità della normalità, vissuta senza grossi patemi. L’assenza di coscienza accompagna allegramente i personaggi, come in una danza, e alla fine tutti si ritrovano a brindare.

Il fiore del male

Un film sull’atrocità della normalità, vissuta senza grossi patemi. L’assenza di coscienza accompagna allegramente i personaggi, come in una danza, e alla fine tutti si ritrovano a brindare. Come se nulla fosse mai successo.

Il tempo non esiste. Viviamo in un eterno presente», dice uno dei personaggi de «Il fiore del male», il nuovo film di Claude Chabrol, una tragedia greca ambientata nel Bordeaux, tra vite normali, ripetitive e un po’ noiose. Lo scenario è una famiglia della buona borghesia bordolese, con molti segreti e poche virtù. Francois Vasseur (Benoit Magimel) torna, dopo essere praticamente fuggito in America, nella sua bellissima casa e trova tutto terribilmente uguale. Grandi ortensie nel parco, divani a fiori, stoffe eleganti, cachepot cinesi, arredi raffinati. Lode alla scenografia, gli interni sono perfetti e veramente realistici, una grande casa dell’alta borghesia dove ci si trastulla da una poltrona all’altra a leggere giornali, dove tutto sembra sempre in un ordine irreale.
Nel jardin d’hiver dove la famiglia, come è buona abitudine, si ritrova a prendere il caffè in vassoio d’argento e tazzine Meissen, tutti i protagonisti sono messi davanti ai loro rimorsi grazie a un foglio anonimo che ricorda antichi misfatti.
Tra le chenzie e le gabbie per gli uccellini, tre generazioni sono costrette a guardarsi dentro. Finzioni, omicidi, amori incestuosi, che si perpetuano nel tempo; abitudini che si riproducono, comportamenti sempre uguali. Un eterno presente dove nessuno può espiare la propria colpa che, come una malattia, si tramanda da un’epoca all’altra.
La prima generazione è rappresentata dalla zia Line (la bravissima Suzanne Flon), perno attorno al quale girano gli altri personaggi. Innamorata del fratello partigiano uccide il padre collaborazionista che l’aveva lasciato morire. Anne (Nathalie Baye, la protagonista di «Una relazione privata») è la seconda generazione: sposata con Gerard (Bernard Le Coq), un tempo suo cognato. Lei ha ambizioni politiche, e dai suoi avversari viene chiamata la Giovanna d’Arco dalle cosce facili. Lui ha una grande farmacia e un laboratorio d’analisi dove nel pomeriggio fa visite «particolari». Si detestano sottilmente, lui non approva la sua carriera politica e la tradisce, lei troppo occupata semplicemente lo ignora.
E poi la terza generazione, Francoise e Michéle ( Melanie Doutey), prima cugini, poi fratellastri, poi amanti. Neanche loro riusciranno a restare immuni dalla colpa.
Tra un’elezione comunale e un fine settimana al mare, nella normalità più assoluta, alla fine qualcuno morirà. Per acquietare gli animi, per lenire antiche ferite, per far sì che gli altri continuino a vivere nel modo più normale possibile. Chabrol è deliziosamente crudele verso una borghesia che ama vantare storia e ricordi, ma che in fondo si avvale di riti ripetitivi per sopravvivere. Un film sull’atrocità della normalità, vissuta senza grossi patemi. L’assenza di coscienza accompagna allegramente i personaggi, come in una danza, e alla fine tutti si ritrovano a brindare. Come se nulla fosse mai successo.
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