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Un film che fornisce esattamente quello che ci si aspetta da una pellicola del genere: buoni sentimenti, messaggi politicamente corretti, il giusto tasso di suspence e adrenalina nelle scene sportive

Glory Road

Un film che fornisce esattamente quello che ci si aspetta da una pellicola del genere: buoni sentimenti, messaggi politicamente corretti, il giusto tasso di suspence e adrenalina nelle scene sportive

 

Ci troviamo in Texas, nella metà degli anni ’60. L’allenatore di basket Don Haskins (Josh Lucas) viene ingaggiato dall’università della Texas Western per allenare la squadra al torneo dell’NCAA.  Dopo aver accettato la proposta però Haskins di accorge ben presto che l’organizzazione vacilla e soprattutto non ci sono soldi per attirare giocatori importanti. Cosa fare per mettere in campo una squadra competitiva? L’unica soluzione è cercare ragazzi sconosciuti, promettenti e…di colore.  Quando inizia il campionato, la Texas western è l’unica franchigia a schierare nella formazione ben sette giocatori neri, cosa che in qualche modo destabilizza sia l’NCAA che la stessa università, non proprio benevola nei confronti dei nuovi arrivati. Ma la voglia di giocare, la bravura dei ragazzi e la tenacia di Haskins porteranno a dei risultati insperati, riuscendo ad andare anche oltre i problemi dovuti al colore della pelle…

Evidentemente Jerry Bruckheimer conosce le regole del mercato americano, e prova a sfruttarle con qualsiasi mezzo necessario: qualche anno fa aveva ottenuto un inaspettato riscontro di pubblico con “Il Colore della vittoria” (Remember the Titans, 2001), storia di football collegiale ambientata all’epoca in cui in America erano ancora forti gli scontri razziali. Dopo il successo di pubblico dello scorso anno del basket-movie “Coach Carter” (id., 2005), ha deciso di unire i due fattori e tirare fuori questo retorico quanto efficace Glory Road, pellicola che forse avrebbe meritato un altro trattamento rispetto alla bislacca uscita estiva nelle nostre (deserte) sale.

Il film fornisce esattamente quello che ci si aspetta da una pellicola del genere: buoni sentimenti, messaggi politicamente corretti, il giusto tasso di suspence ed adrenalina nelle scene sportive. Inutile cercare qualcosa di più, tanto vale sedersi rilassati e godersi al meglio uno spettacolo comunque più che dignitoso. Merito della riuscita è nella stringatezza della storia - lo script non si dilunga in eccessive melensaggini – e nella forte carica magnetica che ancora una volta riesce ad esprimere il protagonista Josh Lucas, attore che forse si sta troppo sprecando in produzioni di forte commerciabilità (vedi i fiaschi di “Stealth” (id., 2006) e “Poseidon” (id., 2006). Classico “prodotto medio” dell’industria hollywoodiana, Glory Roadè un lungometraggio che li lascia seguire senza problemi, dotato delle necessarie qualità per intrattenere lo spettatore. In un periodo in cui circolano troppe pellicole insensate, almeno questo film ha il pregio si sapere cosa vuole raccontare, e lo fa senza fronzoli o inutili ricercatezze. Per gli manti del basket (come il sottoscritto) una piccola gioia da gustare col fiato sospeso.      

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