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E' un trittico composto da tre episodi firmato da altrettanti maestri del cinema mondiale: “Il filo pericoloso delle cose” di Antonioni, “Equilibrium” di Soderbergh e “La Mano” di Kar Wai, ed è un trittico che va in crescendo.
Eros
E' un trittico composto da tre episodi firmato da altrettanti maestri del cinema mondiale: “Il filo pericoloso delle cose” di Antonioni, “Equilibrium” di Soderbergh e “La Mano” di Kar Wai, ed è un trittico che va in crescendo, concludendosi in modo magistrale.
Con Christopher Bucholz, Robert Downey jr, Gong Li.
Quando deciderete di andare a vedere questo film, accettate un consiglio e fate così: pagate il biglietto e per i primi trenta minuti statevene tranquillamente fuori dal cinema. Non avrete perso nulla. Poi no. Poi rientrate. Non tanto per il secondo - peraltro piacevole – corto, quanto per il sublime, imperdibile, finale che viene dall’Oriente.
Perchè “Eros” è un trittico composto da tre episodi firmato da altrettanti maestri del cinema mondiale: “Il filo pericoloso delle cose” di Antonioni, “Equilibrium” di Soderbergh e “La Mano” di Kar Wai, ed è un trittico che va in crescendo, concludendosi in modo magistrale.
E di questo spiacevole fatto, cioè che a far le cose in tre qualcuno fa male e qualcuno fa troppo bene, la produzione si è accorta subito, tanto che ha deciso di “riconvertire” l’intero film facendolo iniziare dall’episodio più brutto, quello - incredibile ma vero - firmato dal Michelangelo nazionale. Spesso era infatti accaduto che la gente uscisse dopo la proiezione de “La Mano” che nell’edizione originaria era il gioiellino d’apertura. Basta saperlo.
Eros... dunque. Erotismo, amore, passione, ossessioni della mente che attarversano i corpi. Il tema più antico del mondo viene addirittura brutalizzato da Antonioni. Una coppia di tizi che paiono “turisti per caso” si ritrovano in gita a Capalbio, senza più niente da dirsi se non qualche stucchevole sentenza sul senso perduto della vita sputata tra una sgommata e l’altra. Ascoltare per credere. Dialoghi vecchi di almeno vent’anni, almeno quanto le riprese (mitica una zoomata anni ‘60 da lasciar di stucco gli spettatori) e di una non-trama sempre più ridicola man mano che si va avanti. Lui, deluso dalla compagna domatrice di cavalli, trova soddisfazione nella “ragazza della torre” Luisa Ranieri quella dello spot “Anto’ fa caldo!” che esibisce le sue procaci grazie sempre comunque e ovunque. Ragazza spregiudicata che decide comunque di far tutto da se’ (con tanto di censura italiana sulla scena di autoerotismo) proprio quando lui entra a casa sua. Nessuna censura invece sulla scena d’amore, mediocre e triste. Come il “gran finale” delle due donne che, nude, tanto per cambiare, si guardano sulla spiaggia, una distesa e l’altra in piedi in una sorta di danza (inutile) attorno al proprio desiderio rimasto comunque insoddisfatto. Tralasciamo la pessima recitazione di tutti gli attori e un doppiaggio che pare fatto alla moviola. Se la firma sia di Antonioni o della moglie Enrica come insinuano tutti poco ci importa, brutto è e brutto rimane.
Decisamente un salto di qualità, ma bastava poco poco, lo fa Soderbergh con il suo episodio “Equilibrium” che ricalca un perfetto stile bianco e nero degli anni ‘50. Spassoso, logorroico, pieno di vitale energia il film racconta la seduta psichiatrica di un tipo che si consuma sognando in modo ricorrente una donna che poi al risveglio non ricorda più. E mentre lui parla e parla e parla, lo psichiatra è sua volta distratto da una donna che passa davanti alla finestra del suo studio. Umoristico, ironico, assurdo, ma ottimo cinema di questo secolo e tutto considerato gradevole passaggio verso il capolavoro di Kar Wai.
“La Mano” regala ai cultori del regista tutta la summa del suo cinema. Un quadro ad ogni scena, danza ad ogni passo. Tutto sempre cosi meravigliosamente e angosciosamente sottointeso, in quel filo pericoloso (questo si) del silenzio, del non detto, del timore di varcare il “proibito”. Sono sguardi e morbidi tocchi, distanti e vicinissimi. Sono attimi che contengono la vita e la morte, è tutto il cinema di Kar Wai e tutta la fotografia sempre così vellutata e malinconica di Christopher Doyle. Sono gli occhi di Gong Li straordinaria interprete di una prostituta d’alto bordo di cui si innamora il suo timido sarto, un ragazzo-uomo che la guarda volare e poi sprofondare giù, ancora più in basso dei bassifondi in cui vive. E’ il suo desiderio, è la sua Mano che attraverso i vestiti la tocca senza toccarla, la ama senza possederla. Brevi momenti, erotico piacere, intime ossessioni, languido dolore. Perchè l’eros è un tragico piacere che si forgia attorno al desiderio, si brucia nell’attimo e muore di malattia, malattia d’amore, da sempre inspiegabile mistero di pulsione energetica eppur mortale.
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Steven Soderbergh
Wong Kar-wai


lunedì 13 dicembre 2004
ore 19:37
lunedì 13 dicembre 2004
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