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Il ritorno di Walter Selles dopo il pluripremiato "Central do Brasil".
Disperato aprile
Disperato aprile
con Rodrigo Santoro, Josè Dumont, Ravi Lacerda
Brasile/Svizzera/Francia, 2001
Sertao del brasile, 1910. La vita della famiglia Breves gira intorno alla canna da zucchero come i buoi alla bolandeira. Nello spazio antistante la casa una camicia insanguinata viene sbattuta dal vento. Il sangue sta diventando giallo, ovvero per la famiglia Breves è tempo di vendicare i propri morti. Tonho, il secondogenito, viene costretto dal padre a vendicare l’assassinio del fratello maggiore, vittima di una lotta secolare tra famiglie rivali per la proprietà della terra.
Tonho ha vent’anni e davanti a sé ha solo una fase lunare: alla prossima luna piena verrà ucciso da un membro della famiglia rivale, come impone il codice di vendetta che impera nella regione. Angosciato dalla prospettiva di morte e istigato dal fratello minore, Tonho comincia a mettere in dubbio i principi dell’onore e della tradizione, finché due artisti di strada di un piccolo circo itinerante incrociano e deviano il suo cammino.
“Disperato Aprile” è tratto da un romanzo dell’albanese Ismail Kadarè, lo scontro tragico tra un eroe costretto al crimine e un destino che lo spinge in avanti. A colpire il regista Walter Selles è stata “la forza brutale e simbolica di questa storia, che rimandava ad un racconto delle origini”. Sangue chiama sangue. Una storia ancestrale, quella di Kadarè, ambientata in uno spazio mitico che il regista traspone nel desolato e assolato nordest dell’entroterra brasiliano all'inizio del secolo scorso, ma che potrebbe svolgersi in altre epoche e sotto altre latitudini.
Quello di Walter Selles, pluripremiato regista di “Central do Brasil”, è un film perfettamente confezionato. Si rimane colpiti dalla forte poesia visiva delle immagini, le luci contrastate del nordest valorizzate da un ottima fotografia; il fascino delle nuvole bianche sul cielo azzurro, i verdi campi di canna, la terra gialla battuta dal sole. Ma si rimane con una sensazione di non appartenenza, ci si sente esclusi da questa storia di sangue davanti alla quale si vorrebbe gridare e appassionarsi, se solo il regista ce lo permettesse. Il mondo mitico e senza tempo che Salles vuole rappresentare affascina con la sua aurea arcaica -un mondo circolare e conchiuso fatto di sguardi e parole non dette, dove l'odore del sangue penetra i rapporti familiari, devastandoli. L’emozione che ne dovrebbe derivare si ferma colpevolmente al primo strato dell’epidermide, mentre la passione di questa epopea ci viene instillata in modo didascalico e molto compiaciuto. Salles, che si ispira alla tragedia greca e all’Orestiade, non riesce a trasmettere il pathos del dramma. La narrazione rimane distaccata e formale, il cerchio si chiude lasciando nel pubblico un senso di freddo vuoto. E noia, talvolta.
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Festival
Disperato aprile
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