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Film

La recensione del film

Pinocchio

Pinocchio

Un tronco di legno impazzito semina il panico per le vie di una cittadina, colpendo carabinieri, rovesciando banchi di frutta. Poi il tronco arriva davanti alla casa di Geppetto, il vecchio falegname senza figli che amorevolmente lo scolpisce fino a farlo diventare un burattino, il più famoso di tutti, vestito di carta colorata e con lo zuccotto di pan bagnato. Con lo stesso amore e lo stesso entusiasmo Benigni ha plasmato il suo Pinocchio, un sogno che aveva in mente da vent’anni, e in lui ha investito l’enorme successo che “La vita à bella” gli ha dato.
Tutti quelli che già tuonavano contro una presunta versione ideologizzata del romanzo di Collodi si sono dovuti ricredere davanti a una fedelissima lettura del testo, tanto fedele da sembrare un’illustrazione. Come se Benigni desse per scontati i numerosi grumi di senso della storia e andasse oltre, si tuffasse senza peso nell’aria sognante della favola. In scene che tolgono il fiato, come quella mirabolante del Paese dei Balocchi, o nel felliniano teatro di Mangiafuoco.
Ma nonostante le scenografie formidabili, gli ottimi attori (grandioso il Lucignolo “Anima grande” Kim Rossi Stuart), il bellissimo accompagnamento musicale di Nicola Piovani, e tutte le piccole meraviglie che arricchiscono il film, c’è qualcosa in Pinocchio che lascia freddi. Peccato, perché gli ingredienti c’erano tutti. “Ci abbiamo messo tutto l’amore del mondo”, dice Benigni, e dal suo entusiasmo capisci che non potrebbe essere diversamente. Eppure il film non sempre riesce a coinvolgere e a emozionare fino in fondo. Sono le scene in cui Benigni affonda le mani nel suo sense of humour quelle più riuscite, più coinvolgenti. Il resto è bellezza un po’ gelida, che comunque affascinerà le platee italiane e speriamo non solo. Il film esce infatti negli Stati Uniti il 25 dicembre, in tempo per concorrere agli Oscar. Gli americani, rapiti dall’entusiasmo dell’istrionico Benigni, aspettano con trepidazione il suo ritorno. E forse, dati i tempi non troppo spensierati che corrono, una favola senza nessun riferimento alla realtà potrebbe rappresentare la carta vincente. Perché, come dice la Fatina Nicoletta Braschi nella prima scena, “dare allegria è la cosa più bella che si possa fare al mondo”.
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