film,woody allen,criminali,comicita Courtesy of © Cecchi Gori
Film

I film che sono riusciti a raccontare il cinema, i suoi travagli, la sua storia.

Metacinema, fecondo pretesto per fare capolavori

Metacinema, fecondo pretesto per fare capolavori

Un film come “Rko 281” risveglia di nuovo gli intenti di quel cinema che ama raccontare se stesso, il proprio travaglio interiore, per giustificare la sua esistenza mediante un’accurata analisi autoriflessiva. Il linguaggio, il set, l’attore, la creatività, i tribolati quanto eccitanti work-in-progress in un infinito rimirarsi allo specchio, per guardare e guardarsi dentro e fuori, ma soprattutto durante.
Argomento delicato, il metacinema, ma al tempo stesso un fecondo pretesto per confezionare capolavori, immettendosi tra i meccanismi del dispositivo, per esibirlo e ostentarne il funzionamento.
La storia del Cinema ne è colma, ed è difficile selezionarne solo alcuni, perché moltissimi sono significativi, così come altri sono solo frutto di un astuto quanto banale stratagemma che cela una cronica mancanza di idee.
Tra i “must” di tutti i tempi ne vogliamo citare alcuni, scusandoci con tutti gli altri che, allo stesso modo, hanno contribuito ad accendere una luce sul cinema e sulla vita.
Il passaggio dal muto al sonoro non fu solamente una semplice innovazione. Fu, invece, una sorta di trauma che generò dibattiti e attriti e non si limitò semplicemente a trasformare la settima arte, bensì ne creò un’altra.
Nel 1952, Stanley Donen e Gene Kelly raccontarono tale fase con levità e classe in “Cantando sotto la pioggia” attraverso gli strambi tentativi di un’attrice dalla voce gracchiante di conformarsi al nuovo linguaggio audiovisivo.
Del resto alcune star, vedi Buster Keaton, non sopravvissero a quella scossa, altri, come Chaplin, restio e diffidente, ne intuirono subito le potenzialità senza sconvolgere eccessivamente il proprio talento e il proprio personaggio.
Con un balzo in avanti di undici anni ci addentriamo nel capolavoro metalinguistico di Fellini, “Otto e mezzo”. Già il titolo ne ratifica la specificità. Era la nona fatica del regista romagnolo che, vista la natura particolare del film , decise di non dargli nemmeno un vero titolo ma di chiamarlo con un numero: otto i film diretti fino a quel momento a cui aggiungere un mezzo, riferendosi anche all’ambivalenza del termine. Più che metà, infatti, si può pensare a meta, perché il film non è altro che un diario del protagonista alle prese con la propria intenzione di dirigere, senza riuscirci, un lungometraggio.
Ma alla fine ci si accorge che il film non è altro che la storia del film che non si farà mai. Onirico e visionario come solo Fellini riusciva ad essere.
Ad imitarlo una ventina di anni più tardi ci ha pensato Woody Allen che con il suo “Stardust memories” documenta la crisi artistica ed esistenziale di un regista acclamato durante una retrospettiva a lui dedicata. Allen impregna il film di citazioni e di rimandi all’essenza falsificatoria del cinema.
Ovviamente il tema in questione non poteva essere stato trascurato dai riformatori per antonomasia, ossia i cinefili-registi della Nouvelle Vague. Godard, del resto, non sembra far altro che riflettere sul linguaggio in ogni suo progetto, da sempre. Ma ad essere rimasto impresso è senz’altro “Effetto notte” di Francois Truffaut in cui l’artista francese interpreta se stesso nei panni di un regista alle prese con la difficile gestione di un set cinematografico. Un film nel film, ovvero una finzione all’interno della finzione. Un’idea forse provvidenziale per perseguire l’intento di colui che della Nouvelle Vague fu il teorico, Bazin: rivelare la realtà attraverso il cinema.
Concludiamo con uno sguardo ad Hollywood e a colui che ne ha sempre voluto smascherare le magagne, rovesciandone miti e generi: Robert Altman.
Con “I protagonisti” del 1992 scendono in campo dozzine di attori e attrici per impersonare loro stessi in un film che mostra i compromessi, le minacce, gli inganni del mondo dorato della celluloide. Altman, con arguzia, ne sconquassa i punti fermi. E sebbene gli effetti non sembrino gli stessi, il tentativo di scardinamento ricorda i danni giganteschi provocati da Peter Sellers nel ruolo dell’indiano in “Hollywood party” nel 1968. Vedere quali sciagure riesce a combinare sul set è una delizia esilarante e masochistica allo stesso tempo. Il sadismo dei grandi artisti è simile a quello dei bambini che rompono il giocattolo per denudarne i congegni. Un rischio da correre tuttavia, per poter continuare a giocare e fingere con maggior maestria.
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