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Interviste

“L’America è il posto più difficile dove ho girato un film. Più difficile che in Nicaragua!"

Loach, un regista che non si sente isolato

Loach e il cinema

Il regista russo Andrej Konchalovsky ha affermato che la politica non può cambiare la cultura, ma la cultura può cambiare la politica. Quali sono, secondo lei, i rapporti tra questi due aspetti?

K.L “A parte la differenza di prospettive tra est e ovest, secondo me, la sequenza corretta é la seguente: l’economia influenza la politica, che a sua volta influenza la cultura e non viceversa. Soprattutto in riferimento alla cultura popolare la maggior parte degli aspetti della quale riguarda attività economiche.
In termini cinematografici i film sono dei prodotti realizzati per soddisfare il mercato, o più precisamente per soddisfare la percezione del mercato che hanno i produttori.
L’idea che libertà significhi mercato libero, è un aspetto dell’ideologia dominante. Quelli come me che cercano di sovvertire questo sistema sono ovviamente nell’occhio del ciclone come lo sono coloro che appartengono a quella che io chiamo la controcultura, mi riferisco all’organizzazione delle proteste a Seattle. Queste manifestazioni sono contro il sistema attuale.
I temi tipici della gente, esperienze come la disoccupazione o la distruzione dell’ambiente non sono riflessi nella cinematografia attuale e nemmeno nel teatro, forse lo sono ma solo indirettamente nella musica popolare.
Purtroppo le attività culturali si esprimono con il consumo di beni”.

Lei insiste molto sulla difesa della specificità delle lingue e delle culture, però i problemi si stanno facendo sempre più globali, sempre più internazionali. Dove sta un equilibrio? E non pensa che sia una battaglia persa?

K.L. “In questo clima di unificazione e globalizzazione della cultura, è assolutamente importante difendere le nostre lingue perché riflettono la nostra storia.
La globalizzazione è il nemico della mia lingua, della vostra, delle culture nazionali. La battaglia sarebbe persa se ci allontanassimo dalla lotta, ma la strada da fare è ancora lunga ed è indispensabile attuare una resistenza per combattere questa tendenza”.

Cosa ne pensa, a proposito, del doppiaggio dei film?

K.L. “Uno dei problemi principali che avete qui in Italia è che tutto è doppiato: il doppiaggio uccide l’umorismo, il ritmo, la lingua, uccide il film. Quando abbiamo realizzato “Riff - Raff”, alcuni giornalisti italiani mi hanno portato a conoscere i doppiatori e questi hanno recitato una parte del film con la voce italiana, dicendomi: “Non è fantastico? Non è bellissimo?” Io allora gli ho chiesto cosa direbbero se doppiassero “Ladri di biciclette” con delle voci inglesi… Loro hanno detto: “Sarebbe terribile! No, mai!”.

Nonostante lei sia un regista controcorrente, diverse volte ha dichiarato di non sentirsi isolato. Quali sono i cineasti che sente più vicino, con cui si sente più solidale?

K.L. “Quando dichiaro di non sentirmi isolato, più che ad altri registi, mi riferisco ai miei collaboratori, ai miei amici. Per “Bread and Roses” abbiamo collaborato con addetti alle pulizie. Li abbiamo incontrati, sono stati accoglienti, ci hanno dimostrato tanto calore e umanità. Questo è il tipo di supporto che intendo.
La stessa cosa vale per gli scrittori. Ho avuto la fortuna di lavorare con scrittori da cui ho tratto la mia forza. Qualcosa di paragonabile a voi giornalisti che incontrate persone, ascoltate e traete la forza per fare il vostro lavoro”.

L’anno scorso anche registi come Kitano o von Trier hanno girato negli Stati Uniti. Come giudica globalmente l’esperienza americana di “Bread and Roses”?

K.L. “L’America è il posto più difficile dove ho girato un film. Più difficile che in Nicaragua! Può sembrare una forma di ironia bizzarra, ma è la verità. Il cinema lì è un’industria, con tutte le caratteristiche dell’alienazione.
Le persone con cui abbiamo lavorato direttamente, i nostri personaggi, sono stati particolarmente simpatici e hanno fatto subito amicizia tra di loro; ma ciò che si svolgeva intorno, nei rapporti di lavoro, era veramente alienante. Nei primi giorni ad esempio sono montato su un furgone e ho cominciato a parlare con un’autista del film e di quello di cui trattava: lui mi ha guardato come se venissi da Marte!
È sorprendente che l’immagine degli Stati Uniti sia legata all’individuo tutto d’un pezzo, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, ma in realtà è il contrario.
Quando ci siamo trovati a girare la scena della manifestazione dei pulitori al centro di Los Angeles, malgrado avessimo regolare permesso è arrivata una persona addetta alle Public Relations degli uffici vicino dicendoci di sgomberare. Il location manager, che ci aveva accordato il permesso, è stato costretto ad accontentarla, sostenendo che quella persona era talmente importante che gli avrebbe reso la vita difficile, tanto da non farlo più lavorare a Los Angeles. Perciò a dispetto di quello che si pensa, la società americana è fortemente burocratica e gerarchizzata”.

A differenza dei suoi film del passato molto crudi come “Family life”, lei recentemente sembra aver introdotto una dose di ironia e di tipico humour britannico...

K.L. “Io spero che in ogni mio progetto le persone emergano per il loro senso della realtà, per la loro profondità, e sottigliezza, sperando sempre che il pubblico torni a casa trovando alcune connessioni con se stessa, ma non succede sempre purtroppo, perché a volte capita di realizzare un film troppo sottile, a due dimensioni, potremmo dire”.

Spesso il protagonista dei suoi film è un personaggio senza ideologia...

K.L. “E’ più interessante, narrativamente parlando, avere un personaggio che non ha chiaramente la coscienza politica per capire cosa sta succedendo”.

Come giudica la diffusione del video che in un certo senso permette di realizzare opere con un budget ridottissimo permettendo anche alle giovani generazioni di esprimere un proprio messaggio, magari simile a quelli che lei esprime.?

K.L. “E’ sicuramente possibile ma si tratta di qualcosa di completamente diverso. Personalmente lo trovo un po’ difficile. Se vuoi fare Cinema hai bisogno di un buon montatore, di un buon direttore della fotografia. Il video elimina tutte queste figure ma quando queste figure spariscono, sparisce anche la ricercatezza del lavoro”.

Quanto è importante la musica nell’economia espressiva dei suoi film?

K.L. “La musica è ovviamente importante, ma può rivelarsi pericolosa perché può suscitare delle emozioni che il pubblico non merita, dal momento che non sono le scene del film ad averle generate.
Quindi è meglio usare la musica in modo modesto e moderato, in modo che le emozioni possano scaturire dalle immagini, dai rapporti tra i personaggi; altrimenti, assegnando troppo potere alla musica, si finisce per creare un cinema pigro”.

Sappiamo che ha interrotto la lavorazione del suo ultimo film per venire qui a Parma. Ci può dare qualche anticipazione?

K.L. “Sono riluttante perché sembra una caricatura di tutti i film che abbiamo fatto negli ultimi anni! Infatti è una commedia su persone che lavorano nelle ferrovie, un gruppo di operai che si occupa della manutenzione dei binari e di come la loro vita sia cambiata non appena le ferrovie sono state privatizzate”.
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