Il recente tributo che la prossima mostra di Venezia ha deciso di assegnare al genio di David Lynch - di cui probabilmente vedremo sul Lido il prossimo, attesissimo INLAND EMPIRE (id., 2006) – ci esorta ad una considerazione quanto mai necessaria su cosa significhi essere un autore “visionario” nel panorama contemporaneo di cinema.
All’interno di meccanismi industriali e di stilemi spettacolari sempre più consolidati, proporre un tipo di cinema che in qualche modo non sia allineato con le esigenze estetiche o narrative del sistema vigente può senza dubbio comportare delle difficoltà di espressione; accettato questo dato di fatto, le strade maggiormente sicure da percorre sono due: continuare ad esprimere la propria poetica lavorando ai margini del sistema – ma attenzione, mai completamente fuori – riuscendo a mantenere la propria libertà creativa ed insieme quel minimo di riconoscimento mediatico che assicuri potere decisionale.
Questo è ad esempio il caso di due maestri assoluti come Lynch appunto e David Cronenberg, che nel corso della loro straordinaria carriera hanno saputo trovare un perfetto equilibrio tra la loro “poetica della visione” e le necessità di contatto con il pubblico; pensiamo ad opere come “The Elephant Man” (id., 1980), “Velluto blu” (id., 1986) o l’ultimo “Mulholland Drive” (id., 2001) per quanto riguarda Lynch, oppure a “La mosca” (The Fly, 1986), “Inseparabili” (Dead Ringers, 1988) o “ExistenZ” (id., 1999), di Cronenberg. Opere di incredibile originalità ed impatto visivi, eppure capaci di spiegarsi anche allo spettatore medio.
Ci sono invece cineasti che lavorano pienamente dentro il sistema industriale, e riescono comunque ad esplicare al meglio la propria idea di cinema. E’ il caso del talento di Tim Burton – il mio preferito tra tutti -, il cui genio ci ha regalato opere del calibro di “Batman” (id., 1989), “Edward mani di forbice” (Edward Scissorhands, 1990), “Il mistero di Sleepy Hollow” (Sleepy Hollow, 1999) e l’ultimo “La fabbrica di cioccolato” (Charlie and the Chocolate Factory, 2005): pure invenzioni visive che contengono tutte una poetica cinematografica personale e compiuta, nonostante si tratti di produzioni ad altissimo budget e destinate alla massa.
Chi invece si ostina a lottare contro la dicotomia arte/industria, non riuscendo purtroppo a trovare un equilibrio nel proprio cinema, è il grande ma ormai irritante Terry Gilliam: possibile che ancora non riesca ad adeguare le sue esigenze personali con le richieste delle produzioni che gli finanziano i lungometraggi. Se ormai il caso del suo Don Chisciotte sembra essere diventato una specie di odissea che forse sta arrivando a compimento, tuttavia a mio avviso Gilliam non ha ancora dimostrato di saper gestire il suo comunque notevole talento visionario: se infatti capolavori come “Brazil” (id., 1984) e “Paura e delirio a Las Vegas” (Fear and Loathing in Las Vegas, 1998) sono risultati dei fiaschi economici, opere più commerciali come l’ultimo “I fratelli Grimm e l’incantevole strega” (The Brothers Grimm, 2005) è stata piuttosto deludente.Per concludere, esiste in Italia un autore che può essere considerato un visionario? Per la capacità che ultimamente ha dimostrato di sapersi confrontare con il proprio immaginario – ed in parte anche con quello comune – credo che Marco Bellocchio meriti questo prestigioso appellativo.



